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Institutions européennes et internationales

L’Europa senza frontiere Erasmus

Mis à jour : 27 Oct 2017

30 anni e 9 milioni di beneficiari : il fortunato programma europeo è sempre promosso. Degli ex Erasmus arrivati a posizioni lavorative di rilievo sostengono la necessità di ampliarlo al fine di vincere l’euroscetticismo. E raccontano come questa esperienza abbia cambiato la loro visione del mondo, la loro carriera, a volte la loro vita!
“Keep Erasmus!”. Lo scorso febbraio, il grande quotidiano inglese The Guardian lanciava tra i suoi articoli un vibrante appello al favore del mantenimento per gli studenti britannici del programma europeo di scambio universitario nonostante la Brexit. “È di vitale importanza...sarebbe una tragedia se lo perdessimo”, continuava, lirico, il giornale.
Di fatto, se è un soggetto che incontra un certo consenso nell’Unione europea, anche per chi ne voleva uscire, si tratta comunque di Erasmus. E né il Primo ministro lussemburghese Xavier Bettel, né Sandro Gozi, il segretario di stato italiano per gli affari europei, lo negano. “Sono un fiero ex Erasmus! Prendere parte a questo programma mi ha permesso di vedere cos’era l’Europa”, afferma il primo, partito nel 1997 per Tessalonica. Il secondo, arrivato in Italia dalla Sorbona un mese dopo la caduta del muro di Berlino, sogna di vedere il numero dei beneficiari del dispositivo raggiungere “i 90 milioni di persone nel corso dei prossimi 30 anni”.
Allo stesso modo di queste due figure della politica europea, 4.4 milioni di studenti sono già partiti per dei soggiorni di diversi mesi in un altro paese grazie a questo programma fruttuoso. Al momento della sua creazione, esattamente trent’anni fa, l’idea primaria era quella di diffondere l’idea della cittadinanza europea incoraggiando la mobilità dei giovani. Il primo anno, le adesioni erano piuttosto rare: soltanto 3000 giovani avevano provato l’avventura. Quest’anno, dovrebbero essere circa...350 000.
Nei primi battaglioni, Joël Ronez, ex capo di Mouv’, creatore della start up Binge Audio: “Nel 1994, partire all’estero era una cosa singolare. Si aveva l’impressione di sondare il terreno, di fare delle cose che i grandi non avevano fatto! Avevo scelto l’Università di Manchester perché era la città di Cantona e volevo andare in un paese anglosassone. In Francia all’epoca in pochi parlavano inglese”.
L’Europa come un’evidenza.
Negli anni, davanti alla disoccupazione dei giovani e delle persone meno qualificate, il campo del programma si è allargato. Ormai, mira anche a “migliorare l’occupabilità degli europei”. “Un obiettivi sempre più importante”, insiste Laure Coudret-Laut, la direttrice per la Francia dell’agenzia Erasmus+. Nel 2014, diversi programmi europei (Leonardo Da Vinci, Jean Monnet...) sono stati posti sotto alla sua bandiera. Erasmus, divenuto Erasmus+, concerne ormai gli insegnanti, gli apprendisti, gli studenti dei licei professionali, i disoccupati. È aperto a dei paesi extra europei. In totale, più di 9 milioni di persone si sono spostate grazie a lui. La sua gestione è decentralizzata, le università e le scuole negoziano direttamente delle convenzioni con degli stabilimenti di altri paesi. Queste gestiscono i loro studenti che partono – circa 40 mila in Francia nel 2014-15, il più grande contingente, davanti i tedeschi - e gli stranieri che accolgono.
Un punto in comune a tutti gli ex: loro vedono l’Europa come un’evidenza. Se erano spesso pro europei già prima del loro soggiorno, Erasmus ha rafforzato il loro sentimento. “Ho vissuto per circa un anno l’Europa nel quotidiano, racconta Maxim, studente di scienze politiche a Bordeaux. Sono partito, da agosto 2014 a giugno 2015, all’Università di scienze sociali di Södertörn, a sud di Stoccolma. Ero con dei tedeschi, degli olandesi, degli scandinavi...Ho scoperto altre percezioni e, allo stesso tempo, ho sentito fino a che punto abbiamo qualcosa in comune. Alla fine del mio soggiorno, ero fiero di essere francese ed europeo”. Così, a frequentarsi, i giovani imparano a conoscere i loro vicini. In questo modo, Matilde di 20 anni, venuta da Bologna in Erasmus a scienze politiche a Bordeaux, ha trovato “lo spirito europeo più presente in Francia che in Italia”. Scoprono anche delle nuove metodologie pedagogiche. “Ad Abo, i metodi di lavoro non hanno niente a che fare con quelli francesi. Ci sono pochi corsi, ma molti lavori di gruppo. E lavorare con quattro o cinque persone di nazionalità differenti è davvero proficuo”, si entusiasma Marine, di 21 anni, studentessa della facoltà di economia di Montpellier partita per un anno all’Università d’Abo in Finlandia, “attirata dalla sua reputazione e dai corsi di inglese”. Andra, di 24 anni, originaria di Bucarest, è stata sedotta “dall’aspetto pratico” dei corsi che ha seguito a l’Università Paris-Dauphine 2 anni fa. “Molti relatori lavoravano anche in azienda, cosa che non avviene in Romania”, nota la giovane donna.
Convivialità e apertura.
Dopo L’appartamento spagnolo, film di Cédric Klapisch uscito nel 2002, tutti sanno che anche la festa fa parte dell’esperienza. Aperitivi, passeggiate a Parigi...Prima ancora di cominciare i corsi a Dauphine, Andra aveva già conosciuti diversi studenti. La tedesca Anna, arrivata da Göttingen per passare quattro mesi alla facoltà di economia di Montpellier, ha approfittato del suo soggiorno per “conoscere delle persone e migliorare il suo francese”. Lei ha subito deciso di uscire dal contesto degli studenti per passare del tempo con dei giovani francesi del vicinato. “Adesso, ho tantissimi contatti ed è fantastico!” si rallegra. Questi soggiorni, lontano dagli amici e dalla famiglia, a un’età nella quale si è “infiammabili”, sono propensi alle storie sentimentali. Credendo alle statistiche di Bruxelles, dal 1987, non meno di un milione di bebè sarebbero nati da coppie 100% Erasmus...Anche chi non ha l’anello al dito lo riconosce: l’Erasmus fa crescere. “Felice chi, come Ulisse, ha fatto un bel viaggio...”, non hanno delle parole sufficientemente entusiaste per vantare “l’apertura di spirito”, “l’autonomia”, “la pratica di un’altra lingua” acquisite grazie al loro soggiorno all’estero.
All’inizio, non bisognava essere necessariamente uno stacanovista per vivere l’avventura. “Il contesto non era obbligatorio”, ricorda Joël Ronez. Ancora oggi, è possibile accontentarsi di un menù accademico à la carte e alleggerito. “La filosofia di questo programma è: partite e vedrete cosa ne tirerete fuori!” decide Sacha Houlié, di 28 anni, vice presidente dell’Assemblea Nazionale e cofondatore dei Giovani con Macron, partito a Granada nel 2009. Detto ciò, da qualche anno, questi mesi passati all’estero non sono più una parentesi negli studi, ma una tappa debitamente riconosciuta. Erasmus ha accelerato l’armonizzazione dei corsi avviata dal processo di Bologna (il famoso schema battezzato in Francia LMD – licence, master, doctorat). La generazione Erasmus conta oggi tra i suoi ex partecipanti personalità importanti in tutti i settori. Al di là di Xavier Bettel o Sandro Gozi, si può citare Charles Michel, primo ministro belga, Tiago Brandão Rodrigues, il ministro portoghese dell’educazione, l’italiana Federica Mogherini, capo della diplomazia europea, e Stéphane Séjourné, consigliere politico di Emmanuel Macron a l’Eliseo. O ancora Laurence Boone, ex consigliera del presidente François Hollande, oggi capo economista di Axa, Esther Berrozpe, presidente di Whirlpool Emea, e Anne-Sophie Lapix, la nuova presentatrice delle 20 ore di France 2.
“Erasmus ha rappresentato per me un momento di svolta decisivo. Questo mi ha permesso di scegliere la vita che volevo portare avanti e mi ha fatto decidere di lanciarmi in una carriera europea”, testimonia Sandro Gozi. “Questo aiuta a comprendere meglio il proprio paese. Ci si rende conto che ci sono molte alternative possibili del modo in cui viviamo nel quotidiano. E oggi, è ancora più importante uscire dalla propria piccola bolla” Manuel Douchez, ex direttore di Booking.com, assicura anche lui che è stato abbandonare la sua scuola a Brest per l’Università di Cordoue, all’inizio degli anni ’90, che gli ha fatto comprendere che “c’era qualcos’altro oltre alla Francia. Questo mi ha dato il gusto di andare a vedere altrove”. Dopo Cordoue, ha lavorato a Londra, è tornato a Parigi e adesso vive da diversi anni a Amsterdam.
Togliere i freni.
Queste riuscite brillanti non devono tuttavia dispensare dal chiedersi se l’ambizione democratica originaria, “la formazione internazionale per tutti”, è rispettata. Il programma non è forse riservato a un élite? “No!”, ribatte, offeso, Xavier Bettel. Perché l’accusa valga, “ci vorrebbe prima di tutto una selezione”, rimarca Dolorès Sombrino, direttrice delle relazioni internazionali dell’Università Parigi-Sorbona, mentre Laure Coudret-Lauet ricorda che “in Francia, gli studenti dell’insegnamento agricolo sono in proporzione degli importanti beneficiari dell’Erasmus+”.
Il deputato Sacha Houlié riconosce tuttavia che “per il costo che rappresenta per le famiglie, il dispositivo potrebbe diventare elitario se non ci si presta attenzione”. Di fatto, il denaro rimane a volte un ostacolo alla partenza, come racconta Gérald Darmanin, l’attuale ministro dei conti pubblici cresciuto in una famiglia modesta, in Passione Francese, il libro di Gilles Kepel: “Ho scelto di intraprendere degli studi politici, quindi sono entrato all’IEP di Lille. Al terza anno, non avevo i mezzi finanziari per partire in Erasmus come i miei compagni”. La borsa di studio data dal programma varia attualmente, secondo la destinazione, tra i 150 e i 300 euro al mese. Le regioni apportano dei complementi. Delle borse su criteri sociali – in media di 400 euro al mese – si aggiungono per aiutare gli studenti meno abbienti. Tutto ciò non è per forza sufficiente: il sostegno della famiglia è necessario, oppure bisogna lavorare prima di partire o durante il soggiorno. Nella scelta della destinazione, le considerazioni economiche sono spesso primordiali. All’Università di Poitiers, Christine Fernandez-Maloigne privilegia i partenariati degli stabilimenti di taglia media, situati al di fuori delle città più grandi: “Bisogna che il costo della vita sia sostenibile per i nostri studenti”. Non è un caso se la Spagna è il primo paese di accoglienza, o se i Greci si sono spostati di meno da quando il loro paese è in crisi. “Anche in Romania, molti studenti non partono perché non hanno i mezzi finanziari”, costata Anna.
Altro freno agli scambi: il basso livello di lingua. Alla facoltà di economia di Montpellier per esempio, molti studenti scelgono come destinazione il Lussemburgo o l’Università Galatasaray in Turchia “perché i corsi vengono svolti in francese”, spiega Mustapha Ghachem, direttore dell’ufficio di relazioni internazionali di Montpellier. Nel 2016-17, soltanto una ventina di studenti hanno beneficiato di una Borsa Erasmus, anche se la facoltà dispone di 87 posti ripartiti tra 46 università di 20 paesi. Alcuni giovani semplicemente non sono interessati. “Il problema è spesso la motivazione. Provo a convincerli che è importante per la loro vita privata e per la loro carriera professionale” continua Mustapha Ghachem.
Questa esperienza internazionale ha il vantaggio di ampliare il curriculum. L’averlo fatto può dare una spinta per trovare un primo lavoro. Al suo ritorno da Parigi, Andra ha trovato un posto di lavoro alla Société Générale a Bucarest. “Il mio soggiorno in Francia è stato un valore aggiunto”, assicura. Allo stesso modo, Rémy, ex allievo agli Apprendisti di Auteuil, è rimasto a lavorare a Londra come pasticciere, dopo uno stage realizzato grazie al programma Erasmus+. All’Ufficio di Collocamento, che grazie al programma invia all’estero circa 500 persone all’anno per un periodo di 3 mesi, Annie Gauvin, direttrice degli Affari e delle Relazioni Internazionali, vanta gli effetti positivi di un soggiorno. E cita l’esempio della regione Nouvelle Aquitaine, dove il 60% dei 45 richiedenti lavoro partiti un anno fa in un altro paese hanno trovato un lavoro tre mesi dopo il loro rientro. Come drogati dal loro soggiorno.
Consolidare lo spirito europeo.
Per i leader politici che hanno approfittato dell’Erasmus, è evidente che bisogna estendere il dispositivo per combattere l’euroscetticismo e consolidare lo spirito europeo. “Bisogna farne un grande programma popolare e di inclusione sociale”, afferma il segretario di Stato italiano Sandro Gozi, autore di un’opera intitolata Generazione Erasmus. Una visione condivisa da Riccardo, studente di scienze politiche a Firenze. Il suo Erasmus terminato a giugno a Bordeaux ha fatto sviluppare a questo ragazzo toscano di 23 anni una conoscenza elevata della necessità, e delle debolezze, dell’Europa: “Al mio ritorno, mi sono sentito più europeo e più critico riguardo all’Europa così com’è. Bisogna che sia più sociale, più egalitaria”. Quello che si è imposto di dire, al suo ritorno dalla Francia, ad alcuni dei suoi amici che “non hanno lasciato l’Italia e quindi non possono credere all’Unione Europea”. Secondo lui, “Erasmus può essere una buona risposta alle loro reticenze, a condizione che sia aperto a tutti”.
Per democraticizzare maggiormente in programma, l’idea che si è già fatta strada è di farne approfittare gli apprendisti. È il caso della Francia, dove il ministro del lavoro Muriel Pénicaud ha chiesto all’eurodeputato Jean Arthuis, riguardo a questo soggetto, di fargli delle proposte entro la fine dall’anno al fine di portare da 4 500 a 15 000 il numero dei beneficiari annuale da qui al 2022. Jean Arthuis spiega che “la mobilità per gli apprendisti esiste già, ma va soltanto dalle tre alle cinque settimane. Bisogna proporre loro almeno sei mesi, idealmente un anno, come per gli studenti, affinché parlino la lingua del paese che li accoglie”. Bisognerà tuttavia togliere delle costrizioni e, in particolare, armonizzare i diversi statuti degli apprendisti, aggiunge in scia.
Al di là di ciò, i ventotto paesi – presto ventisette – dovranno aumentare i finanziamenti. Nel periodo 2014-20, il budget Erasmus è stato fissato a 14,7 miliardi di euro, ai quali bisogna aggiungere 1,5 miliardi per gli scambi con i paesi non europei. “Una cifra ridicola!”, si indigna Sandro Gozi. Mentre le discussioni verteranno presto nel fissare il bilancio assegnato tra il 2020 e il 2027, lui dice “contare sul sostegno di Emmanuel Macron per rinegoziare il budget. È in linea con i suoi valori”. In campagna elettorale, il capo di Stato (che non ha fatto Erasmus!) aveva espresso il suo desiderio di triplicare il numero dei beneficiari francesi per portarlo a 200 000 in cinque anni. Così da riempire gli appartamenti, non soltanto quelli spagnoli.

Fonte: lesechos.fr, 14/10/2017

Traduzione: Francesca Corsetti, stagista presso l'OEP

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