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Sovranità linguistica ? (III)


Ultima modifica: 2 Nov 2020

Abbiamo mostrato in un primo editoriale che i territori linguistici non coincidevano generalmente con i territori politici e che la relazione tra la lingua e la politica era una relazione complessa. E’ vero soltanto fino a un certo punto dire che la diffusione di una lingua è direttamente legata alla potenza politica.

In un secondo editoriale, abbiamo cercato di mostrare che la coscienza linguistica è un’idea nuova, strettamente legata alla società della comunicazione, e che è inutile rivisitare la storia con gli occhi della contemporaneità. È un errore scientifico e in generale molto diffuso. Ma quel che è vero e in fin dei conti poco praticato è che il passato resta ricco di esperienza e di insegnamenti che bisogna cercare di cogliere obiettivamente piuttosto che con uno sguardo retrospettivo e moralizzatore. Per esempio, siamo assolutamente in grado di capire i processi che hanno portato a un declino radicale della maggior parte delle lingue regionali in Francia e non solo in Francia. È dunque assolutamente possibile determinare a quali condizioni si può evitare che gli stessi processi non si riproducano in Africa con le lingue locali e nazionali. È questo l’oggetto di un’opera recentemente pubblicata dall’OEP1.

Territorializzazione, coscienza linguistica, ecco dunque due dimensioni essenziali del nostro argomento, la « sovranità linguistica ». Infatti abbiamo capito che noi esistiamo individualmente e collettivamente attraverso la lingua. È difficile affermare il contrario. Noi parliamo di « lingua » al singolare, cioè nel senso generico del termine. Ma nulla ci impedisce di usare il plurale. Noi esistiamo dunque attraverso la lingua o le lingue che parliamo. È attraverso la lingua o le lingue che accediamo alla cultura. E questo è vero per tutti, che ne siamo o meno consapevoli.

Una terza rilevante dimensione deve essere affrontata. Si tratta dei rapporti di dominazione ai quali le lingue e le culture non sfuggono. Ma se si vuole avere una possibilità di capirci qualcosa, bisogna prima di tutto ammettere l’ambivalenza della dominazione. Priama di considerare la dominazione come un abominio, bisogna rendersi conto di questa ambivalenza che è profondamente ancorata nel linguaggio comune. Se dico che Picasso ha dominato la pittura del XX secolo, non dico che ha usato tutte le sue forze per distruggere i suoi concorrenti e che ha prosciugato tutta la creatività artistica che lo circondava. È un po’ come un albero che cresce più alto degli altri. Sono la creatività e la creazione che creano la dominazione. Ma essa può prendere forme patologiche, quelle di cui parliamo in generale, quelle che schiacciano, che opprimono, che distruggono. Il problema è che le stesse entità possono essere contemporaneamente presenti in svariate proporzioni. La difficoltà è tutta qui. E non è possibile riflettere sulla sovranità se non si tiene in mente questa ambivalenza.

In materia di sovranità e di indipendenza, la realtà ci impone la modestia.

Prendiamo l’eccellente editoriale di Serge Halimi nel numero di ottobre del Monde Diplomatique intitolato « False indipendenze ». Vediamo in questo articolo alla Casa Bianca davanti a Donald Trump il presidente serbo Aleksandar Vučić e il Primo ministro kosovaro Avdullah Hoti. In sintesi, Donald Trump dice loro : voi piccoli Europei, candidati ad entrare nell’Unione Europea, farete ciò che vi dico io. O obbedite a Washington, o vi rovino. Evidentemente, essi obbediscono e decidono di trasferire la loro ambasciata da Tel-Aviv a Gerusalemme. Non sono i primi a subire questo genere di trattamento e a reagire nello stesso modo.

È chiaro che la nozione stessa d’indipendenza è un mito. Neppure Robinson Crusoe è indipendente perché dipende dalla natura. La regola generale è l’interdipendenza, ma in effetti anche questa affermazione di per sé non dice nulla. Come aveva osservato e spiegato François Perroux2, quello che conta sono le modalità dell’interdipendenza, e bisogna potere definire modalità forti dell’interdipendenza e modalità deboli dell’interdipendenza. Da questo momento, l’argomento comincia a farsi interessante. Così, le modalità forti dell’interdipendenza sono quelle che fanno sì che voi dipendiate meno dai vostri collaboratori o concorrenti di quanto loro non dipendano da voi. Questa chiave di lettura, che riguarda tutti gli ambiti, economico, tecnologico, politico, culturale e militare, è la sola che permetta di capire la globalizzazione e di avere un approccio strategico ad essa. E questo è vero qualunque sia l’ambiente circostante, che si sia in un mondo in cui regna il multilateralismo o in un mondo in cui conta soltanto il rapporto di forze, come accade oggi.

L’Europa, dopo avere vissuto per cinquant’anni all’ombra degli Stati Uniti, comincia a uscire dal sogno ad occhi aperti. Si preoccupa per esempio del fatto che tutti i dati personali del mondo e soprattutto dell’Europa cosiddetti nel « cloud » (nella nuvola) non sono davvero nelle nuvole ma archiviati in immensi centri di elaboratori e di hardware e a disposizione del governo degli Stati Uniti se ne avesse bisogno. Questo monopolio quasi assoluto nel campo dell’informazione è un problema ed allora è stato deciso di dotarsi di funzionalità in questo ambito. Non è mai troppo tardi per riprendere il controllo di sé. D’altronde questa preoccupazione non è completamente nuova e se risaliamo un po’ nel passato possiamo ricordarci del programma Galileo di radionavigazione attraverso satellite, complementare del sistema americano GPS, ma soprattutto suo concorrente dopo avere interrotto il monopolio statunitense e il cui sviluppo completo è terminato quest’anno nella più completa discrezione.

Ma la questione a monte del problema delle modalità dell’interdipendenza è quello di che cosa si vuole fare e perché.

Se non si è capaci di rispondere a questa domanda per il presente come per il lungo termine, non ci si deve stupire che alcuni piccoli paesi cerchino di ottenere delle briciole di alleanza da quattro soldi con i potenti del momento.

La questione è dunque prima di tutto quella della volontà e la questione linguistica, pur essenziale, viene dopo.

È chiaro che, se si vede negli Stati Uniti l’avvenire del mondo e un modello universale, il gioco è fatto. Si può solo aderire all’Impero ed integrarsi ad esso. Non è questo che ci insegna la storia o un’analisi critica del mondo così come è e come funziona.

Non bisogna soprattutto pensare che il periodo aperto da Donald Trump, che speriamo si chiuda rapidamente, cambi in qualche modo l’ordine delle cose. Trump ha soltanto fatto precipitare e ridotto a caricatura una situazione che cominciava a prendere piede da decenni. Oggi, come lo costatano molti commentatori, il mondo manca di leadership, e gli Stati Uniti hanno smesso di esercitare il loro ruolo, molto semplicemente perché non ne sono più capaci, e probabilmente non lo sono mai stati. Emmanuel Todd faceva già questa costatazione in un saggio pubblicato nel 2002, Après l’empire – Essai sur la décomposition du système américain3, la cui lettura, unitamente a quella del Grand échiquier4 di Zbigniew Brzezinski, pubblicato cinque anni prima, è estremamente istruttiva.

Sono passati vent’anni e possiamo costatare un notevole sovvertimento dei grandi equilibri mondiali, più importante di quanto potesse essere immaginato.

Quando un paese, che fu qualificato come l’unica « superpotenza », è il secondo inquinatore del pianeta dopo la Cina, e di gran lunga il primo inquinatore per numero di abitanti (più del doppio rispetto ai Cinesi ), è chiaro che questo paese fa incombere sul mondo le maggiori minacce.

Quando un paese è l’unico a trovarsi in situazione di deficit commerciale in modo continuativo per quattro decenni, l’indebitamento è abissale e lo mette ala mercé dei suoi creditori. Fino a che Donald Trump non ha dichiarato la guerra commerciale alla Cina, il primo creditore degli Stati Uniti era la Cina. Gli stati Uniti consumano molto più di quanto producano. Nel 2000, il deficit commerciale americano annuale era 450 miliardi di dollari, sarà di 3200 miliardi nel 2020. Poiché la Cina non ricicla più a favore del Tesoro americano i suoi dollari provenienti dalle sue eccedenze commerciali e dal suo risparmio, ora l’Europa ha preso il suo posto con le eccedenze tedesche. Gli Stati Uniti vivono facendo debiti e, se fossero un paese normale, non potrebbero mantenere il loro livello di vita a lungo.

Non è tutto. È stato ampiamente dimostrato che lo sviluppo delle disuguaglianze ha privato da decenni una maggioranza degli Americani dei vantaggi della crescita. Il sistema sociale americano è completamente inadatto ai periodi di crisi e non ha la resilienza dei sistemi europei, che, pur non sfuggendo allo sviluppo delle disuguaglianze prodotte dalle idee neo-liberali, ne hanno incontestabilmente limitato gli effetti. Si potrebbero aggiungere molti aspetti della società americana che la differenziano da quelle europee (la pena di morte, la criminalità, la popolazione carceraria, l’eugenismo, la religiosità esacerbata, le guerre avventurose senza fine, una democrazia che sfocia nell’oligarchia, ecc.). E le perle americane (i grandi spazi, la letteratura, il cinema, la ricerca, le grandi università, la fede nell’avvenire, l’accoglienza, ecc.), tendono a sembrare isolotti perduti in un oceano di derive fuori controllo. Una cosa è certa: oggi si sta scavando un fossato tra gli Stati Uniti e l’Europa.

Quando un paese appare non solo come la prima potenza politica, economica e militare, ma come un modello assoluto per il suo stile di vita e i suoi ideali di libertà e democrazia, questo insieme di fattori convergenti producono un sogno, cioè un’enorme attrazione culturale.

Ebbene oggi, non soltanto il sogno americano è in panne, ma siamo sul punto di pensare che sia divenuto una sorta di modello negativo.

Gli Stati Uniti sono oggi sopraffatti dal riscaldamento climatico e fanno correre un grave rischio all’umanità. Dopo essere stati il focolaio della crisi finanziaria del 2008, portano in sé gli ingredienti della prossima. Sono chiaramente anche sopraffatti dalla crisi sanitaria. Lo slogan « Make America great again » suona oggi non come una riaffermazione della leadership americana (non si osa più parlare di « impero »), ma la manifestazione dell’angoscia di un capitolo che si sta chiudendo. Toccherà ai successori di Donald Trump trarre le conseguenze di 50 anni di errori : il ritorno a una certa normalità.

L’Europa in questa situazione è di fronte a sé stessa.

Deve prima di tutto uscire dalla sua ambiguità congenita.

Stordita da due guerre mondiali che l’avevano completamente messa in ginocchio, si è dapprima costruita all’ombra degli Stati Uniti e sulla negazione delle entità nazionali. Malgrado il duro richiamo all’ordine del generale de Gaulle, ha perseverato in questa direzione, sostenuta su questa strada dall’ideologia liberale, formulazione appena dissimulata di un desiderio di egemonia. A metà percorso, in occasione del ritorno del Regno Unito in quella che era allora la Comunità europea e i suoi organismi, alcuni governi, tra cui la Francia, avevano avuto la buona idea di una dichiarazione sull’identità europea che sarebbe poi stata firmata da tutti i membri, compresi i nuovi arrivati, il Regno Unito e l’Irlanda, in occasione del vertice europeo di Copenaghen il 13 e 14 dicembre 1973. Fu un non-evento. Tutti gli europeisti fino a oggi sull’elemento linguistico avevano una sola idea in testa : imporre l’inglese come lingua dell’Europa.

È tempo di rifarsi le giuste domande.

Incoscientemente e nella discrezione, i paesi europei hanno accumulato nel corso dei decenni passati una ricchezza di esperienza assolutamente inaudita. Sono stati impiegati quasi tre quarti di secolo per imparare a negoziare tra paesi europei prima a 6, poi a 12, poi a 28 e infine a 27. 70 anni passati a ridurre le nostre incomprensioni, o le nostre « incomunicabilità  » secondo la felice espressione di Dominique Wolton5, per inventarsi un avvenire condiviso in un mondo in rapido cambiamento, e non è cosa da poco. E il fatto di superare queste « incomunicabilità » non deve nulla all’inglese.

Tanto con questi 70 anni di negoziati su ogni argomento quanto con eventi movimentati, su quasi 2000 anni, i paesi europei hanno acquisito un’esperienza e una comprensione del mondo oggi incomparabili.

È importante costatare che il termine di cultura europea è usato molto raramente e che la cultura europea è oggetto di pochissime ricerche. Forse il fatto di credersi per secoli al centro del mondo e che le nazioni europee si siano affrontate per la conquista del mondo, non predisponeva all’indispensabile distanziamento.

I tempi sono cambiati e si impone una presa di coscienza di sé stessi.

In una conversazione con Jean-Claude Juncker pubblicata nella Lettera della Fondazione Schuman, egli dichiara che « l’Europa è una potenza mondiale che ignora di esserlo ». Ben detto ma un po’ breve. Infatti Jean-Claude Juncker dice altre cose altrettanto importanti. Dice in particolare : « Quando ho cominciato la mia carriera europea, all’età di 28 anni come giovane ministro del Lavoro, eravamo dieci Stati membri, poi sono arrivati i Portoghesi e gli Spagnoli. A livello di ministri c’era un’atmosfera da circolo, sapevamo tutto l’uno dell’altro: famiglia, figli, nonni. Dopo i diversi allargamenti, tutto questo clima si è sfilacciato, i rapporti tra dirigenti si sono allentati. Ora, l’Europa è fatta, certo, di istituzioni, di paesi, di governi, ma anche di persone… Questa conoscenza intima degli altri si è persa. A parte la bella storia dell’amicizia franco-tedesca e delle lezioni imparate, che cosa sanno i Tedeschi dei Francesi ? Che cosa sanno i Francesi dei Tedeschi ? Il solo Tedesco a conoscere bene la Francia era Helmut Kohl. Sapeva tutto della IV Repubblica, Pierre Pflimlin, Edgar Faure, il canonico Kir... C’è una mancanza d’amore non tanto nei confronti dell’Europa, ma tra di noi. C’è molto romanticismo descrittivo quando si tratta di parlare degli altri nei diversi Stati membri. Si dà volentieri l’impressione che sia un insieme coerente, stabilito sulla base di regole comuni, in particolare quella del diritto, ma la conoscenza che abbiamo gli uni degli altri è poco sviluppata. Quella che chiamo la mancanza d’amore è una mancanza di interesse. A partire da un certo momento, l’Europa ha dato l’impressione di funzionare, cosa che ha portato i popoli europei a disinteressarsi degli altri. Dunque la sfiducia che i cittadini nutrono nei confronti dei loro governi nazionali, questo fossato sempre più profondo tra i governanti e i governati, palpabile, osservabile in ogni Stato membro, come volete che non esista e non si ingrandisca a livello europeo! »

Molto curiosamente, questo genere di riflessioni riecheggia quanto si poteva scrivere all’inizio del secolo scorso. Così André Suarès in un saggio notevole e notato nel 19326 scriveva a proposito di Goethe :

« La vera Europa è un accordo e non l’unisono. Goethe sostiene tutte le varietà e tutte le differenze: la mente che interpreta la natura non può darsi un’altra regola né un altro giudizio. Non esiste Europa se non in un’armonia abbastanza ricca per contenere e risolvere le dissonanze. Ma l’accordo di un unico suono, fosse anche in ottave di numero infinito, non ha nessun significato armonico. Per fare un’Europa, occorre una Francia, una Germania, un’Inghilterra, una Spagna, un’Irlanda, una Svizzera, un’Italia e tutto il resto. »

« In Goethe, l’Europa è una madre con innumerevoli figli; attraverso la voce del poeta, li invita a riconoscersi. Goethe apre loro gli occhi ; che acconsentano finalmente a prendere coscienza gli uni degli altri ; che si vergognino di calunniarsi e di odiarsi. Goethe, grande Tedesco, non pensa che l’Europa sia tedesca, né che la Francia o la Cina lo diventino. Affinché l’Europa sia veramente sé stessa, bisogna che la Germania sia il più tedesca possibile e la Francia il più francese possibile: minore il male, di qua e di là, minore il disprezzo, la violenza e l’odio. »

In uno studio su L'idéal européen de Nietzsche, François Rigaux7 scrive :

« In un’epoca di nazionalismi già virulenti, che si esacerberanno durante le due guerre mondiali, Nietzsche respinge quello che reputa un pericoloso delirio, « la malattia che è il più grande nemico della cultura, questa nevrosi nazionale di cui l’Europa è malata » (16). Il suo ideale è europeo piuttosto che internazionale. Sono molti i passaggi della sua opera in cui si proclama europeo, in cui chiama i popoli europei a riconoscersi reciprocamente : « formeranno prontamente una potenza in Europa e, fortunatamente, una potenza tra i popoli ! Tra le classi ! Tra povero e ricco ! Tra governanti e governati ! Tra i più calmi e i più agitati ! » (17). Nietzsche chiama dunque non a un’unione degli Stati, ma a una coalizione degli individui. »

Queste citazioni hanno un respiro molto contemporaneo da cui gli Europei dovrebbero oggi trarre ispirazione.

I padri fondatori dell’Unione europea e tutti coloro che sono venuti dopo di loro hanno lavorato, ciascuno a modo suo, per la rinascita dei paesi europei in un’Europa distrutta e stremata dall’esacerbazione dei nazionalismi e dalle guerre che ne sono derivate.

Oggi, anche se può sembrare paradossale, occorre lavorare alla riabilitazione e all’affermazione della sopravvivenza delle nazioni. Contrariamente a quanto è stato detto per decenni da un’ideologia liberale, che non aveva nulla di specificatamente liberale, il mercato non trascende le nazioni. Il mercato si organizza tra le nazioni. Se il nazionalismo è realmente un’invenzione del XIX secolo, le nazioni sono sempre esistite e la parola stessa esiste dalla più lontana Antichità, anche se le sue definizioni hanno talvolta mancato di precisione. Nel 1744, il filosofo Giambattista Vico pubblicava la sua opera più importante Principi di una scienza nuova dintorno alla natura delle nazioni, affermando che la scienza non poteva essere soltanto fisica e matematica, e doveva anche interessarsi alle società umane. Nel corso della loro storia, le nazioni europee hanno acquisito una tale esperienza ed hanno imparato tanto le une dalle altre, che è chiaro a tutti che l’Europa può costruirsi soltanto sulle nazioni stesse. D’altra parte l’Europa non è più un fine in sé, risulta dalla capacità e dalla necessità delle nazioni europee di pensare il loro avvenire e l’avvenire del mondo. In altre parole, l’Europa non è il superamento delle nazioni, sotto l’effetto di una forza esterna, ma la risultante degli sforzi delle nazioni europee di superarsi.

L’Europa è un’unione di Stati-nazione, che decidono sovranamente di agire insieme, perché questo è il loro destino e la loro grande saggezza. E il periodo che viviamo impone ai paesi europei di ripensarsi e di ripensare l’Europa. Nessuno può sfuggire a questo imperativo e le cose possono avanzare molto rapidamente, come lo indicano le grandi novità avvenute nel corso degli ultimi mesi. L’Europa, le nazioni europee possono solo avanzare o sgretolarsi.

In ogni riflessione sull’Europa, la questione linguistica è imprescindibile. La lingua e le lingue sono tra i beni più preziosi dei popoli. Infatti, come ricordava poco prima di morire il filosofo Michel Serres "Un paese che perde la sua lingua perde la sua cultura ; un paese che perde la sua cultura perde la sua identità ; un paese che perde la sua identità non esiste più. È la più grande catastrofe che possa capitargli ."8

Le evoluzioni linguistiche sono evoluzioni di lungo termine, come la deriva dei continenti, con talvolta scosse che nessuno ha previsto. Sappiamo benissimo che la Brexit non cambierà radicalmente le situazioni linguistiche. E questo non ha importanza. L’inglese resterà umanamente, tra le lingue internazionali, la più usata negli scambi, ma, siccome non è l’unica, non c’è problema. Al contrario, a livello europeo, istituzionalmente, le sole lingue che parlino ai cittadini sono le lingue nazionali. Ed esse non solo devono restare il riferimento, ma devono essere ristabilite nei loro diritti, che sono stati largamente calpestati nel corso degli ultimi vent’anni.

Ci troviamo qui nell’ambito delle decisioni sovrane.

Occorre imparare le lingue degli uni e degli altri. Questo era l’auspicio espresso nella convenzione culturale europea del 1953, applicata pochissimo.

Occorre che la simbologia europea ritorni chiara, e rispetti la diversità culturale e linguistica, che figura nei trattati come principio fondamentale, ma troppo contraddetta dalla pratica istituzionale per essere credibile.

Molte cose devono essere fatte in questo campo. È un grande cantiere da aprire, che non ha forse la stessa pregnanza delle questioni economiche, ma che non si potrebbe differire ancora.

1Méthodes et pratiques des langues africaines : identification, analyses et perspectives, Julia Ndibnu Messina Ethe et Pierre Frath, Collection Plurilinguisme, OEP 2019
2« Indépendance » de la nation, « Indépendance » de l’économie nationale et interdépendance des nations, François Perroux, Aubier Montaigne, 1969.
3Après l’empire – Essai sur la décomposition du système américain, Emmanuel Todd, Gallimard, 2002
4The Grand Chessboard, Zbigniew Brzezinski, BasicBooks, trad. Le Grand échiquier, Bayard Editions, Pluriel, 1997.
5Vive l’incommunication, La victoire de l’Europe, Dominique Wolton, Editions François Bourin, 2020
6Goethe le grand européen, André Suarès, éditions Emile-Paul Frères, 1932, p. 16-17.
7« L'idéal européen de Nietzsche », dans AFRI, Volume XI, 2010, Centre Thucydide, Université Paris II-Assas, p. 55-67.
8 Michel Serres - Défense et illustration de la langue française aujourd'hui, Le Pommier, 2018, p. 55