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Edito

« Il plurilinguismo nello sviluppo sostenibile », tema delle 5° Assise europee del plurilinguismo, tripla sfida : scientifica, politica e mediatica (2e richiesta di interventi - Scadenza prorogata al 31 gennaio 2019)

Ultima modifica: 16 Nov 2018

Nello stabilire un insieme di legami tra le lingue e lo sviluppo, ci addentriamo in un campo in cui le questioni linguistiche sono poco presenti, mentre in realtà molti lavori inerenti le lingue riguardano problematiche di sviluppo.

Scegliendo come tema delle 5° Assise lo « sviluppo sostenibile », ci siamo interrogati come linguisti sulla fondatezza dell’espressione « sviluppo sostenibile ». Come se lo « sviluppo sostenibile » fosse di più o di meno dello sviluppo. L’aggiunta dell’aggettivo può esprimere una restrizione rispetto al senso della parola sviluppo, o al contrario un’estensione di significato per indicare che lo sviluppo sostenibile è più dello sviluppo. In ogni modo l’associazione delle due parole è assurda, perché lo sviluppo non può non essere sostenibile, in quanto se non lo è non è più sviluppo. E che non si dica che « sostenibile » è una brutta traduzione di « sopportabile », perché uno sviluppo insopportabile non è neanch’esso uno sviluppo e non può essere sostenibile.
Infatti questa espressione, apparsa negli anni 60 per potere indicare un programma mondiale che metteva l’accento sugli aspetti ambientali, obbediva manifestamente a obiettivi di comunicazione. Jacques Chirac, giustamente (vedi il testo di cui sopra uscito in occasione dell’esposizione del 2016 al museo delle Arti primitive), ha attirato l’attenzione sulle lingue in pericolo e sulla « diversità culturale come uno dei pilastri dello sviluppo sostenibile ». Ebbene sia ! Ma, interrogare tutti gli aspetti dello sviluppo alla luce delle questioni poste dalle lingue e dal linguaggio, porre la questione delle relazioni tra le lingue e il linguaggio e lo sviluppo economico, sociale e culturale, significa lanciare una triplice sfida, scientifica, politica e mediatica.

La sfida scientifica è prima di tutto epistemologica nella misura in cui occorre sapere di che cosa si parla quando si tratta della lingua. Finché si considereranno le lingue come delle grammatiche, sarà impossibile fare passi avanti.
La sfida è anche una sfida universitaria che è legata al superamento necessario dei campi disciplinari.

Il dibattito non è nuovo e alcuni diranno che è anche superato. Ci sono, infatti, molti psicolinguisti, sociolinguisti e linguisti cognitivisti. Molte ricerche si sono interessate ai problemi del linguaggio nelle imprese e nelle organizzazioni. L’impatto economico delle lingue è stato anche oggetto di studi. E’ dunque da molto tempo che la linguistica è uscita dal suo recinto e che lo studio delle lingue e del linguaggio è entrato in molti campi. Ma in molti ambiti disciplinari il linguaggio resta un oggetto mal identificato che non ha un suo proprio ruolo.
Indipendentemente dai ricercatori che hanno integrato le lingue e il linguaggio nel loro ambito di studio, ci si può chiedere innanzitutto quale rappresentazione prevalga delle lingue e del linguaggio per la stragrande maggioranza dei ricercatori.
Ecco un testo molto rappresentativo del carattere molto semplicista che probabilmente una larga maggioranza di scienziati, e non solo loro, si fanno delle lingue e del linguaggio.

« Data l’operazione che consiste in una traduzione da una lingua in un’altra (nota : supponiamo che le parole di ogni lingua si corrispondono una a una). Gli elementi sui quali verte sono le parole. Se si parte dalle parole francesi, e si opera la traduzione francese-inglese, poi inglese-spagnolo, si può ritornare al francese originale attraverso la traduzione spagnolo-francese che fa ancora parte dell’insieme delle traduzioni. Questo insieme di operazioni, che trasformano le espressioni linguistiche di ogni parola, ha come costante il senso di queste parole. »

Questo breve passo tratto dall’opera di riferimento Il pensiero scientifico moderno di Jean Ullmo (Flammarion, 1969, p. 258) è tipico di una concezione rudimentale della lingua e del linguaggio. Jean Ullmo evidentemente non cercava di fare il linguista, ma il solo fatto che si sia basato in questo modo sull’esempio della traduzione per sostenere la sua dimostrazione mostra l’ampiezza del deficit di cultura generale di una gran parte degli ambienti scientifici quando si tratta delle lingue e del linguaggio. E possiamo scommettere che la situazione è oggi la stessa di 50 anni fa quando Jean Ullmo scriveva il suo libro.
Infatti alla base c’è un problema di cultura generale che riguarda l’insieme della società.

Se si considera invece la lingua come un ambiente (come già lo concepiva Leibniz), nel quale viviamo 24 ore su 24 e dal nostro primo giorno fino alla nostra morte, si opera un completo cambiamento di prospettiva.
Se la lingua è dentro tutto e dappertutto, è probabile che abbia un rapporto con lo sviluppo e dunque con lo sviluppo sostenibile.
Hervé Le Bras e Emmanuel Todd scrivono in l’invenzione della Francia (Librairie générale française, 1981, p. 269) « Nel nord della Francia, contadini e borghesi si sono lanciati nella sorprendente avventura dell’alfabetizzazione di massa. Invece di bloccare la società, l’istruzione universale la travolge e la mette in movimento. Cambiando le relazioni umane elementari e precoci, essa stravolge l’antropologia del vicinato.

Andare a scuola, seguire un orario, tacere, obbedire a un maestro, fare amicizia con i compagni, tutte queste attività sostituiscono l’insegnamento familiare dei campi e delle veglie. L’ambiente scolastico concreto trasforma i rapporti umani così come il contenuto dei libri.» E più avanti (ibid. p. 276) « il progresso dell’istruzione effettivamente ignorerà Parigi e si svilupperà essenzialmente a partire dalla Lorena in due direzioni: una raggiungerà tutto l’ovest, l’altra il sud».
Attraverso la questione dell’istruzione e dell’alfabetizzazione, Hervé Le Bras e Emmanuel Todd parlano proprio della lingua e del linguaggio, e la relazione che stabiliscono con lo sviluppo è immediata.
Si potrebbe riportare l’analisi della situazione dell’Africa il cui sviluppo si è affermato da una ventina d’anni. L’istruzione e le lingue sono al cuore dello sviluppo africano. Per fortuna cominciano a emergere alcune ricerche (vedi la rete POCLANDE più avanti).
Dunque porre la questione dei rapporti tra le lingue e lo sviluppo è una questione scientifica di primaria importanza, è una sfida scientifica, ma è anche una sfida politica.
L’idea più diffusa negli ambienti politici riguardo alle lingue è quella della lingua come strumento di comunicazione.

I linguisti nella loro stragrande maggioranza sono i primi colpevoli nella divulgazione di questa idea sbagliata. Infatti, prima di permettere la comunicazione, bisogna avere qualcosa da comunicare. Ora la lingua è indissociabile dall’atto del pensare. Per Vygotski, « il pensiero si realizza nella parola » (Pensée & langage, La Dispute, 1957-1997) e per Chomsky, che contesta vigorosamente il dogma della comunicazione, « il linguaggio è essenzialmente uno strumento del pensiero » (Quelle sorte de créatures sommes-nous ?, Lux, p. 29). Si può deplorare il ricorso all’idea di « strumento » che suggerisce che linguaggio e pensiero potrebbero essere separabili, contrariamente all’idea di Chomsky.
L’idea della lingua come strumento di comunicazione o della lingua come grammatica, due idee diverse ma che vanno di pari passo, è l’idea dominante. Per esempio lo « zoccolo comune di conoscenze, di competenze e di cultura », che forma l’articolo L. 122-1-1 del codice dell’istruzione francese, ne è una perfetta illustrazione. Derivato dal decreto dell’11 luglio 2006, a sua volta basato sulla legge del 23 aprile 2005 di orientamento e di programma per l’avvenire della Scuola, lo zoccolo comune è composto di cinque ambiti di formazione che definiscono le grandi poste in gioco formative durante la scolarità obbligatoria.

Il primo ambito verte su « i linguaggi per pensare e comunicare », il che è un buon inizio. Ma la lingua francese, le lingue straniere e, se è il caso, regionali, sono sullo stesso piano dei linguaggi scientifici, i linguaggi informatici e mediatici così come i linguaggi delle arti e del corpo, mentre la o le lingue madri sono la base di tutti gli altri saperi.
E per battere il chiodo, gli studi umanistici, le rappresentazioni del mondo e l’attività umana, la comprensione delle società nel tempo e nello spazio, l’interpretazione delle loro produzioni culturali e la conoscenza del mondo sociale contemporaneo, arrivano in quinta posizione, come se l’atto di pensare fosse un atto puramente speculativo separabile dal suo ambiente.
Tra i due, si troverà la gestione di un progetto e il lavoro di squadra, e molto curiosamente « la formazione della persona e del cittadino » che riguarda la vita in società, l’azione collettiva e la cittadinanza, la formazione morale e civica rispettosa delle scelte personali e delle responsabilità individuali, come se queste questioni non avessero alcun rapporto con la comprensione delle società nel tempo e nello spazio e delle loro produzioni culturali.
Regna così una grande confusione il cui unico punto fermo è la negazione del fatto linguistico. La cultura generale di cui noi siamo impregnati ignora totalmente la linguistica. Un manuale di cultura generale, che non citeremo, tratta la linguistica nella scheda 25 su 48, accanto a « autorità », « contratto », « periferia », « eroe », « intellettuale », « spettacolo », « vecchio », ecc. Vale a dire un sapere totalmente andato in pezzi nel quale si fatica a distinguere qualcosa di diverso da una semplice conoscenza di facciata per superare brillantemente un esame orale, cosa che è il contrario di una vera cultura.

La sfida politica sfocia in una sfida mediatica in un contesto segnato dalla rivoluzione del digitale, che porta in sé il meglio e il peggio. L’ambiente mediatico condivide evidentemente inconsapevolmente il dogma linguistico dominante.
Porre dunque la questione della relazione tra le lingue e lo sviluppo, significa obbligarsi a uscire da un dibattito puramente scientifico per situarlo anche nel concreto e nel quotidiano che i media non dovrebbero potere ignorare, significa invitare scienziati e media a lavorare, certamente in modo diverso, ma sugli stessi argomenti.

 

5° Assise europea del plurilinguismo

23-24 maggio 2019 – Bucarest
(OEP e Accademia di Studi Economici di Bucarest)

Il plurilinguismo nello sviluppo sostenibile:

La dimensione nascosta

2° richiesta di interventi (data limite : 15 dicembre 2018)

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