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Edito

Considerazioni sull’Africa e la sfida linguistica

Ultima modifica: 15 Lug 2019

Di rientro dal primo Congresso mondiale dei ricercatori ed esperti francofoni organizzato dall’ACAREF (Accademia di ricerche e studi francofoni) presso l’università del Ghana, a Legon, Accra, dall’11 al 14 giugno 2019, è naturale rivolgere uno sguardo benevolo sull’Africa.

Innanzitutto questo congresso che ha riunito quasi 250 partecipanti, dopo avere raccolto 675 richieste di partecipazione, era molto ambizioso.

Una ventina di anni fa, una manifestazione di questo tipo si sarebbe certo tenuta in Europa e avrebbe potuto intitolarsi « Le scienze umane al capezzale dell’Africa». Ma questa volta, questo Congresso è la prosecuzione di altre tre conferenze DELLA (Didattica e Insegnamento delle Lingue e Letterature in Africa) organizzate nel 2016, 2017 e 2018. Esse avevano già mostrato la forza di una giovane generazione di ricercatori africani e rivelato che l’Africa, a causa delle problematiche di sviluppo che vi s’incontrano, è un terreno in cui può prosperare una ricerca innovatrice.

Il CMCF ne era dunque la naturale continuazione e si proponeva di uscire dal solo ambito educativo e linguistico e di interrogare l’insieme delle Lettere e scienze umane e sociali dal punto di vista del loro impatto sulle società e della loro capacità a trattare i problemi di sviluppo dell’Africa.

Poiché le ricerche anglofone godono di sistemi di riferimento ineguagliati, era imperativo mettere in risalto i progressi della ricerca francofona.

Il risveglio dell’Africa

Negli ultimi vent’anni l’Africa si è profondamente trasformata.

L’Africa è stata il principale beneficiario del Piano EPT (Educazione Per Tutti) stabilito nel 2000 alla conferenza di Dakar ed è il primo continente a cui si rivolge l’Obiettivo 4 dell’agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. Oggi essa raccoglie il 30% degli aiuti per lo sviluppo, mentre attualmente rappresenta solo il 17% della popolazione mondiale1, ma un insieme di dati permette di stabilire che l’Africa si sta risollevando.

Questa crescita, malgrado forti disparità e una riduzione insufficiente della povertà, tocca quasi la totalità dei paesi, senza alcuna distinzione tra paesi africani francofoni e anglofoni.

Per avere un’idea della durata del processo, bisogna aggiungere alcuni dati.

Innanzitutto questo processo è basato su notevoli progressi compiuti nei campi della sanità e dell’educazione. Rimangono ancora da fare molti progressi, ma la crescita che si è verificata sarebbe stata impossibile senza l’afflusso di capitali e lo sviluppo di un risparmio interno per i quali il miglioramento delle condizioni sanitarie e educative costituiva un humus indispensabile e la leva più potente. Si scorge già l’inizio di un rapporto virtuoso fra il miglioramento delle condizioni sanitarie e l’innalzamento del livello di istruzione della popolazione da una parte, e l’attrattività delle economie per l’investimento, sia interno che internazionale dall’altra parte.

Gli investimenti diretti verso il continente africano sono così passati da 15 a 38 miliardi di dollari fra il 2000 e il 2008 e a 45 miliardi nel 2015. Questa crescita ha una spiegazione. Secondo il Consiglio francese degli investitori in Africa (CIAN), l'Africa offre il tasso più alto di ritorno su investimento del mondo. E’ interessante costatare che una parte importante dell’investimento viene dalla diaspora africana nel mondo, e soprattutto in Francia. Secondo la Banca mondiale, l’invio di fondi da parte dei migranti provenienti dall’Africa subsahariana era di 2,2 miliardi di dollari nel 2001, 4,6 nel 2008 e 10,6 nel 2015. Per l’Africa settentrionale e il Medio Oriente, le cifre corrispondenti sono 1 miliardo di dollari, 6,7 e 6,8. Questi risultati sono notevoli. Tuttavia, sul lungo periodo, il tasso di investimento, tra il 20 e il 23% del PIL, è rimasto inferiore alla media mondiale, tra il 23 e il 26%, ed è ancora lontano dall’Asia orientale e del Pacifico che oscilla tra il 37 e il 43% e dall’Asia meridionale , tra il 25 e il 38 %.

Chiaramente, questo circolo virtuoso funziona solo in una situazione generale di relativa stabilità politica associata a un clima di fiducia che va di pari passo con una maggiore democrazia e in un contesto economico favorevole, condizioni difficili da ottenere e rese più fragili da molteplici minacce.

La seconda costatazione riguarda il contenuto della crescita. Le rendite provenienti da risorse naturali — un tempo alla base dell’economia africana — rappresentavano appena il 24% della crescita nel corso degli ultimi dieci anni; il resto proveniva da altri settori in pieno sviluppo come la finanza, il commercio al dettaglio, l’agricoltura e le telecomunicazioni. Non tutti i paesi africani posseggono risorse naturali, però la crescita del PIL ha conosciuto un’accelerazione un po’ dappertutto. Questo significa molto chiaramente che la crescita risponde ai bisogni dei mercati locali senza rimanere fuori dai mercati internazionali.

Questa attività economica è fondata su un’imprenditoria locale molto vivace, e, come lo sottolineano Sabine Patricia Moungou Mbend, Vice-rettore dell’Università di Yaoundé II, Barnabé Thierry Godono e Lucain Som, dell’Università Aube Nouvelle nel loro studio sulle prospettive economiche dell’Africa subsahariana, ripreso sul sito dell’OEP, l’economia digitale è molto presente e si sviluppa molto più rapidamente dei settori tradizionali pur ricadendo sulla maggior parte di essi. Attualmente, il continente africano, che rappresentava solo il 3,85% del PIL mondiale nel 2017, è il secondo mercato al mondo in termini di richiesta di tecnologie dell’informazione.

Altro aspetto da notare: la forte presenza femminile nell’economia e in particolare nell’impresa. Diaretou Gaye, direttrice della strategia e delle operazioni della Banca mondiale, citata nello stesso studio, notava nel 2018: « L’Africa è la sola regione al mondo in cui sono più le donne che gli uomini a scegliere la via dell’imprenditoria, una realtà di cui non si parla abbastanza». Circa il 25% delle donne attive sono portate a creare la loro impresa e contribuiscono così a circa il 65% della ricchezza del continente. Il rendimento delle imprese dirette da donne sarebbe superiore del 34% a quelle dirette da uomini.

E che cosa le spinge verso l’imprenditoria ? Sempre secondo lo stesso studio, il primo fattore è la necessità di mantenere la famiglia. A questo proposito, il caso delle donne del Ruanda è eccezionale, notevolmente evidenziato dalla trasmissione Inviato speciale, Ruanda, il paese delle donne - 18 aprile 2019 (France 2, https://www.youtube.com/watch?v=XN5k2MuH_Fg). « In mancanza di uomini, morti a centinaia di migliaia dopo il genocidio del 1994, le donne del Ruanda hanno dovuto ricostruire il paese. Oggi, le donne sono maggioritarie alla Camera, e occupano posti strategici nel pubblico come nel privato ».

Ma la più grande fortuna dell’Africa è la sua giovane età. Con il 65% di minori di 25 anni, il potenziale di sviluppo è notevole e l’ONU prevede che la popolazione africana, dal 17% della popolazione mondiale nel 2017, dovrebbe rappresentarne più del 30% nel 2050.

Alcuni agiteranno lo spettro della sovrappopolazione, che non dobbiamo dimenticare, ma che deve essere ponderato sotto tre punti di vista.

Prima di tutto, l’Africa globalmente ha una popolazione media di 30 abitanti per km², perciò non è un continente sovrappopolato tenendo conto della sua estensione (9 volte meno denso dell’India per esempio).

In secondo luogo, grazie all’aumento del suo livello di istruzione e di sviluppo, l’Africa è entrata nel processo della transizione demografica. Così, dopo una forte espansione demografica, dovuta al rapido calo dei tassi di mortalità portato dal miglioramento delle condizioni sanitarie, il calo della fecondità è quasi generale, malgrado grandi variazioni da un paese a un altro e un ritmo che per qualcuno è insufficiente.

Infine, la più grande chance dell’Africa è forse la vastità delle sfide che deve affrontare, nella sanità, nell’istruzione, nell’ecologia, nell’economia e nella lingua, che non trovano uguali nella storia dell’umanità.

Le sfide linguistiche

Come Osservatorio europeo del plurilinguismo (e non Osservatorio del plurilinguismo europeo),

seguiamo attentamente le questioni educative e linguistiche in Africa, il che ha già portato alla pubblicazione di tre opere e presto di una quarta.

Malgrado progressi incontestabili, l’istruzione deve restare una priorità assoluta nei tre livelli: primario, secondario e superiore. Ma restiamo sull’aspetto linguistico, le cui implicazioni, spesso non comprese, sono in effetti notevoli.

I paesi europei sono diventati nel XIX secolo, con l’affermazione degli stati nazionali moderni, paesi di cultura monolingue. Precisiamo « di cultura monolingue », perché non sono realmente monolingue, sono ben lungi dall’esserlo.

Al contrario, a causa dello straordinario mosaico delle lingue africane, il plurilinguismo è un tratto dominante delle società africane. Occorre considerare questa situazione come una fortuna e come un’occasione di non ripetere quanto è accaduto in Europa, in Francia in particolare, dove il ruolo delle lingue regionali si è trovato ridotto in modo radicale nello spazio di tre o quattro generazioni. Ma bisogna capire quanto è veramente accaduto.

La spiegazione ideologica è una pessima spiegazione e non porta ad alcuna risposta concreta. Così, alcuni evocano compiaciuti i danni linguistici che avrebbe commesso l’Abbé Grégoire durante la Rivoluzione francese con il suo rapporto su la necessità e i mezzi di cancellare i dialetti e di universalizzare l’uso della lingua francese (Convenzione nazionale 1794) . Comunque la si pensi di questo rapporto, a distanza di tempo e con l’evoluzione delle idee linguistiche, è assolutamente utopistico immaginare che un rapporto parlamentare, anche tenendo conto delle idee dominanti all’epoca della Rivoluzione francese, possa modificare il comportamento linguistico di una popolazione essenzialmente rurale e in gran parte illetterata. Altri fattori, molto più significativi e di portata universale, sono entrati in gioco. Ricordiamo che circa un secolo dopo, le leggi Jules Ferry (1881-1882) sulla pubblica istruzione hanno avuto come prima motivazione di rimediare alla mancanza d’istruzione della popolazione francese, considerata come la prima causa della disfatta contro la Prussia nel 1870. Queste leggi hanno dunque reso l’insegnamento primario pubblico, gratuito e laico, poi l’istruzione primaria obbligatoria da 6 a 13 anni e senza differenze tra maschi e femmine. Il primo effetto delle leggi Jules Ferry è stato l’aumento dell’alfabetizzazione che dal 75% della popolazione nel nord-est e inferiore al 50% nel resto del paese è passata a più del 95% in tutta la Francia alla vigilia della Prima Guerra Mondiale. Evidentemente questa alfabetizzazione si è svolta in francese e soltanto in francese, cosa che all’epoca era un evidente dato di fatto.

A parte l’istruzione, è chiaro che altri processi fondamentali (rivoluzione industriale, urbanizzazione, sviluppo dei media) si sono verificati per condurre a una disaffezione delle famiglie per le lingue regionali che è stata fenomeno di massa negli anni successivi alla Seconda guerra mondiale.

E’ questo processo estremamente forte che bisognerebbe potere evitare di riprodurre in Africa, dove ha molte possibilità di riprodursi se non sono condotte politiche adeguate.

Non si tratta di rallentare in alcun modo l’accesso delle popolazioni alle grandi lingue internazionali, che in Africa sono in particolare il francese e l’inglese, né di privarle della possibilità di impararle. Ma questo processo non può essere fatto nell’ignoranza delle lingue materne. E ciò per due ragioni fondamentali.

Nel Medioevo in Europa si poteva immaginare di fare imparare il latino senza ricorrere alle lingue materne (imparare a leggere e a scrivere nel Medioevo significava infatti imparare il latino) ? Uno dei grandi manuali di insegnamento del latino dell’epoca, scritto verso il 1199, il Doctrinale di Alexandre de Villedieu, lo spiega molto semplicemente: « Se inizialmente i bambini hanno difficoltà a capire bene, .. che si rafforzi la loro attenzione evitando la relazione cattedratica e insegnando ai bambini nella loro lingua ». (Chaurand, Nouvelle histoire de la langue française, 1999 : 125).

Utilizzare le lingue locali o nazionali nell’insegnamento è dunque una condizione per imparare meglio a scuola ed evitare gli abbandoni precoci, che sono un problema rilevante per ragazze e ragazzi.

La seconda ragione è la necessità di proteggere e di promuovere il patrimonio culturale e letterario costituito dalle lingue madri. Numerosi relatori del CMCF hanno per esempio sottolineato non solo l’importanza letteraria e poetica dei racconti africani ma anche la loro funzione di educazione civica e sociale. E quando l’OIF decide di incoraggiare la traduzione della letteratura redatta nelle lingue africane in francese e altre lingue africane, è nel giusto.

Insegnare le lingue locali e nazionali è così anche una necessità ma è una questione che si apprezza alla luce di due considerazioni.

L’insegnamento a scuola delle lingue parlate in famiglia è una condizione per permettere la sopravvivenza della trasmissione familiare di queste lingue, senza la quale nessuna lingua può sopravvivere.

Ma è logico che la pertinenza di questo insegnamento sia subordinata a un impianto linguistico e pedagogico soddisfacente di queste lingue, cosa che non è spesso vera. Occorre anche che gli insegnanti siano ben formati in queste lingue quando non ne sono madrelinguisti, il che è molto problematico materialmente quando esiste un gran numero di lingue che coesistono su territori non omogenei sul piano linguistico.

La seconda considerazione riguarda la scelta delle lingue. E’ chiaro che le lingue nazionali e locali da insegnare devono essere le lingue parlate nelle famiglie. Altrimenti, come ha opportunamente sottolineato Pierre Frath al CMCF a Accra, il beneficio pedagogico che ci si attende è nullo, o anche negativo, e si rischia di contribuire in questo modo allo sradicamento delle lingue che si sostiene di volere proteggere, sulla base di un nazionalismo linguistico che d’altra parte si denuncia.

Pronunciando queste parole, abbiamo l’impressione di sfondare molte porte aperte, perché questi argomenti sono ben noti all’OIF e ai governi africani impegnati nel programma ELAN per esempio.

Ma quel che vorremmo sottolineare prima di tutto, è la necessità di cambiare modello e di abbandonare quello monolingue per appropriarsi di quello plurilingue.

Il modello monolingue, di cui il mondo anglosassone e i paesi europei sono ancora impregnati, è sottrattivo, nel senso che una lingua sostituisce un’altra e ogni sistema bilingue o multilingue è in situazione di diglossia, cioè le lingue presenti non sono in condizioni di parità ma in reciproca concorrenza se non in conflitto. Il modello plurilingue è invece additivo, cioè le lingue sono percepite come complementari. Si ritiene che Carlo Quinto un giorno abbia detto che « un uomo che parla quattro lingue vale quattro uomini », citazione con molteplici varianti e autori e che si ritrova in diversi contesti culturali. Ma l’idea non è nuova, e si completa con l’idea che si conosce bene la propria lingua solo quando si conosce quella degli altri, una frase che si attribuisce sia a Goethe che a Saint-Exupéry. Oggi molte ricerche possono avvalorarle e stabiliscono i vantaggi che un buon capitale linguistico in particolare plurilingue rappresenta per ognuno.

La grande sfida linguistica che si gioca attualmente in Africa è di optare nelle menti e nei fatti per il modello plurilingue. I popoli africani sono piuttosto bene attrezzati per raccogliere questa sfida ed è adesso che bisogna raccoglierla.

 

1Era già così nel XVII secolo, poi la popolazione africana è diminuita in proporzione a quella mondiale fino al 1900 quando rappresentava solo il 7%, per poi aumentare. Il continente africano è quello la cui demografia cresce più rapidamente oggi e si prevede che tocchi il 31% della popolazione mondiale verso il 2050.