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La situazione mondiale può cambiare l’ordine delle lingue ?


Ultima modifica: 29 Mar 2020

Prenez soin de vous et de tous - Passen Sie auf sich und alle anderen auf - Prenditi cura di te stesso e di tutti gli altri - Cuida de ti mismo y de todos los demás - Ai grijă de tine și de toată lumea - Take care of yourself and of everyone else.

La situazione mondiale può cambiare l’ordine delle lingue ? E’ una domanda che possiamo legittimamente porci, anche se non abbiamo la risposta. O piuttosto, è evidente che, poiché l’ordine delle lingue fa parte della situazione mondiale, la domanda è inutile e porla è un’ovvietà. Però allora si potrebbe dire così di ogni cosa, Dunque, la domanda non è corretta, bisognerebbe piuttosto dire « come la situazione mondiale può cambiare l’ordine delle lingue ». Partendo da qui, possiamo dirci che esistono forze molto potenti in azione e che spiegano la situazione mondiale in un dato momento, ed è questo che noi dobbiamo cercare di capire. Ma, anche con questa frase, non abbiamo detto niente di speciale perché, o le suddette forze sono inesorabili, il che ci fa sprofondare in un determinismo assoluto, oppure dipendono dalla nostra volontà, poco o tanto. La domanda comincia allora a diventare interessante.

Prendiamo in considerazione la demografia: quando migliorano la sanità e le condizioni di vita, si allunga la speranza di vita, il che fa aumentare la popolazione di tutte le età, perché anche la mortalità infantile è diminuita, e in un rapporto da uno a dieci in 50 anni. E’ il frutto della nostra volontà. Ma, una volta iniziato il movimento, bisogna aspettare che avvenga quella che è chiamata « transizione demografica ». Possiamo influenzarla marginalmente. Al contrario, paesi che hanno finito da tempo la loro transizione, come i paesi europei, sono colpiti da un rapido invecchiamento che tende ad accelerare quanto più aumenta la speranza di vita. Alcuni sono sorpresi o fingono di esserlo, ma hanno torto si possono prevedere le evoluzioni demografiche e soprattutto le loro conseguenze con decenni di anticipo. La Francia dal 1945 ha scelto di favorire la compatibilità del lavoro femminile con la vita familiare. Oggi, resiste dunque meglio dei suoi vicini europei all’invecchiamento, La Cina ha deciso cinquant’anni fa di bloccare drasticamente le nascite. Oggi, la popolazione cinese ha quasi smesso di crescere, ma ha cominciato a invecchiare molto rapidamente e la popolazione cominciare a diminuire intorno al 2030 dapprima lentamente, poi molto rapidamente. La demografia ha delle leggi che è meglio conoscere se si vuole intervenire su di essa.

Lo stesso accade per il riscaldamento climatico. Più di 50 anni fa gli scienziati avevano identificato il fenomeno con la quasi certezza che si trattasse di una conseguenza delle attività umane. Per 50 anni non è successo niente, prima che si cominciasse a soffrire degli effetti dell’inquinamento generalizzato e delle catastrofi naturali che si moltiplicano. Ma l’ingranaggio è partito a tutta velocità ed è molto difficile deviarne la traiettoria.

Le lingue s’iscrivono anch’esse nel lungo periodo. David Graddol, su richiesta del British Council, aveva intrapreso un lavoro di questo tipo per l’inglese in due rapporti del 1997 e 2006, The future of English et English Next.

Come si spiega la rapida sparizione delle lingue censite nel mondo ?

Nel nostro ultimo editoriale, per accompagnare la realizzazione di un Nuovo dizionario degli anglicismi1, ci interrogavamo sulle responsabilità della pressione dell’anglicizzazione che la lingua francese subisce (ma anche molte altre lingue), di cui oggi nessuno può più negare l’ampiezza e l’importanza. Il nostro approccio era piuttosto interno e cercava di determinare i comportamenti sociali che favorivano una tale penetrazione di parole e di espressioni molto semplicemente riversate sull’altra lingua.

E’ ovvio dire che la situazione del mondo oggi è molto lontana da com’era negli anni settanta.

Il dominio americano non è più quello che era. Dal punto di vista economico e tecnologico la Cina, che allora era all’inizio della sua rivoluzione economica, tallona oggi gli Stati Uniti e li supera anche per la tecnologia della telefonia mobile 5G. La Russia non è l’Unione Sovietica. Il suo PIL è, a seconda del modello di calcolo, tra quello della Francia e quello dello Germania, o appena superiore a quello della Spagna, cioè tra l’8 e il 20% di quello degli Stati Uniti. Soprattutto il suo bilancio militare, pur essendo triplicato tra il 2000 e il 2016, è ancora il 12 % di quello degli Stati Uniti e supera appena quello dell’Arabia Saudita. Questi semplici dati bastano per non preoccuparsi troppo della minaccia che la Russia potrebbe fare pesare sull’Europa. Non ci crede nessuno. La demonizzazione della Russia attraverso Putin ha innanzitutto un interesse strategico per gli Stati Uniti: ritardare il più a lungo possibile il momento in cui l’Europa finirà con l’uscire da un lungo sonno. La demonizzazione della Russia ha anche lo scopo di fare pagare una dipendenza reale o presunta con un diritto di spionaggio generalizzato, realtà assolutamente vera e ampiamente aumentata dai mezzi moderni. Questo spionaggio generalizzato ha per obiettivo di permettersi un diritto di sanzione estremamente brutale nei confronti di tutti coloro che non accettano il diktat. La cosa è chiara: lo status degli Europei è passato da « vassallo » (parola, d’altra parte largamente usata, uscita dalla penna di Zbigniew Brzezinski, esperto internazionale e ex-consigliere di Jimmy Carter, morto nel 2017) a quello di quasi-nemici, cosa che non impedisce di sforzarsi di convincerli, come un avvertimento amichevole

Parliamo ora dei sistemi politici e sociali.

Rischiando un grande scandalo, gli Stati Uniti sono una democrazia molto particolare dove « un dollaro è uguale a un voto », secondo l’espressione usata dal premio Nobel Joseph Stiglitz. Non era così negli anni settanta, perché le spese elettorali non raggiungevano le cifre astronomiche che toccano oggi. Mentre la maggior parte dei paesi europei hanno fatto votare leggi per limitare le spese elettorali, negli Stati Uniti, dove le persone morali partecipano in quanto tali come ogni cittadino della libertà di espressione, è normale, e la Corte Suprema ha così stabilito nella sua delibera Citizens United del 21 gennaio 2010, che le grandi e le piccole imprese finanzino le campagne elettorali. Le istituzioni politiche degli Stati Uniti hanno oggi cambiato natura, anche se non sembra affatto così nei manuali di diritto costituzionale e di istituzioni politiche.

Trattandosi dei sistemi sociali, la questione della realizzazione di un sistema di Previdenza sociale all’europea viene dibattuta in ogni scrutinio dall’elezione di Bill Clinton nel 1992. Conosciamo gli sforzi meritori ma limitati di Barak Obama e gli sforzi simmetrici di Donald Trump per annullarne gli effetti. Ma gli Stati Uniti sono ben lungi dall’avere un sistema paragonabile ai sistemi europei che sono un aspetto fondamentale delle nostre società.

Potremmo dire la stessa cosa delle disuguaglianze. Certo, molte cose non funzionano in Europa, ma le disuguaglianze hanno raggiunto un livello tale negli Stati Uniti che un Americano medio oggi non vive meglio di quanto non vivesse negli anni settanta.

Senza parlare dell’ambiente, della violenza, del porto d’armi, delle prigioni, e delle guerre senza fine, mai vittoriose. Tutto indica che gli Stati Uniti come entità globale (nel dettaglio, è diverso) si allontanano sempre più dall’Europa e forse anche dal mondo. Ne è un esempio il fatto che, nella grande crisi mondiale del coronavirus che viviamo, gli Stati Uniti sono ampiamente in difficoltà, da un punto di vista interno e esterno. Non sono all’altezza della loro posizione di prima potenza mondiale e di leader del mondo occidentale.

Domanda importantissima: questo grande sconvolgimento che si sta verificando può avere delle conseguenze linguistiche ?

Una situazione molto curiosa : i nostri contemporanei, ancora immersi nel « sogno americano  », anche se esso è scomparso da decenni negli stessi Stati Uniti, sono sempre alla ricerca dell’ultima trovata linguistica che ci viene da Oltre Atlantico. Essi inventano anche delle pseudo-trovate, come sviluppare sulla scia della crisi sanitaria il co-housekeeping (France 2, 15 marzo 2020, ore 13: 47 per bocca di un ministro) nel senso di mettere insieme o condividere la custodia dei bambini a domicilio, mentre housekeeping significa lavori domestici. Scusate l’aneddoto, ma è significativo.

Siamo più attratti dalla farcitura o dalla proliferazione di parole straniere nella lingua che dall’apprendimento delle lingue straniere. Sembra che esista un divario tra l’attrazione per una cultura e la realtà più ovvia. Come se i movimenti linguistici si attaccassero a certi aspetti di una cultura, spesso marginali, appoggiati sul solido pregiudizio che le idee nuove vengano sempre da Oltre Atlantico.

Questa idea viene da molto lontano. Thomas Piketty ci ricorda o ci fa scoprire in Capitalisme et idéologie2 il ruolo storico svolto nel XIX secolo e per la maggior parte del XX dall’avanzamento del sistema educativo statunitense. A quell’epoca, gli Stati Uniti erano avanti più di mezzo secolo rispetto all’Europa in termini di scolarizzazione generale primaria poi secondaria, e di conseguenza avevano una produttività e un livello di vita molto più elevato del nostro. E questo anticipo lo troveremo poi a livello universitario. Da qui è derivata la credibilità immediata e l’adozione rapida negli anni cinquanta, tra le rovine materiali, intellettuali e morali della Seconda Guerra mondiale, delle idee venute da Oltre Atlantico, specialmente nel settore educativo.

Le cose stanno cambiando. Ce ne renderemo pienamente conto con la questione climatica che ci accompagnerà per decenni e oggi, sul vivo, con la crisi sanitaria. Gli Stati Uniti hanno smesso di essere un faro per l’umanità e forse sono un modello assolutamente da evitare. E’ venuto il momento di cercare in noi stessi e nel dialogo con il resto del mondo le risorse per superare le enormi sfide con le quali noi dobbiamo confrontarci. L’avvenire è ancora americano ? Abbiamo buone ragioni per dubitarne. Questa è una questione centrale.

Parliamo di valori. Citiamo George Steiner che è morto da poco3 :

« Non esistono « lingue minori  ». Ogni lingua contiene, articola e trasmette non soltanto una carica unica di memoria vissuta, ma anche un’energia capace di elaborare i suoi tempi futuri, una potenzialità per domani. La morte di una lingua è irreparabile, diminuisce le possibilità dell’uomo. La minaccia più radicale - nel senso di alla radice - che sia fatta pesare sull’Europa viene dalla progressione esponenziale e corrosiva dell’angloamericano e dall’uniformità dei valori e dell’immagine del mondo che questo esperanto divoratore porta con sé. Il computer, la cultura del populismo e il mercato di massa parlano angloamericano dai night-clubs del Portogallo ai centri commerciali e ai fastfoods di Vladivostok. L’Europa perirà sicuramente se non si batterà per le sue lingue, le sue tradizioni locali e le sue autonomie sociali. Se dimenticherà che « Dio vive nelle piccole cose ». »

Facciamo attenzione al fatto che Steiner non parla dell’inglese ma dell’angloamericano e dei valori di cui è portatore, mentre Steiner è innamorato del tedesco, del francese e dell’inglese. Imparate l’inglese senza remore ma non solo l’inglese, rimpinzatevi di letteratura americana ma non solo di quella, l’inglese globalizzato non è l’inglese, anche se gli assomiglia. Ma riempire senza discernimento la propria lingua ( il prestito linguistico è assolutamente accettabile, anche vitale in una certa misura ) di parole cosiddette inglesi non è una buona pratica.

Gli intelligentoni diranno che occuparsi delle lingue è cosa di scarsa importanza con i tempi che corrono. Che errore ! Le lingue vanno di pari passo con la libertà. Si può morire per preservarle. E bisogna farlo. Non sono una cosa secondaria o futile. E’ una questione di sopravvivenza.

Nel 1973, l’Europa ha avuto un’ispirazione, che si è presto dissolta. Il 6 novembre 1973, all’inizio della guerra del Kippur, i nove governi della Comunità economica europea pubblicano una dichiarazione comune sulla situazione nel Vicino Oriente. Mentre gli Stati Uniti avevano proclamato il 1973 l’ « anno dell’Europa » e convocavano gli Europei, come « re orientali davanti all’imperatore romano »4 per la firma di una nuova Carta atlantica, gli Europei riuniti intraprendono su proposta dell’inglese Edward Heath, approvata dalla Francia, che ne redasse la prima versione, la redazione di una dichiarazione sull’identità europea5. Questa dichiarazione inizialmente doveva essere solo un documento interno in attesa di una risposta comune all’iniziativa americana, ma alla fine, essendo stata cestinata la nuova Carta atlantica, sarà pubblicata in silenzio al vertice europeo di Copenaghen del 14 e 15 dicembre 1973.

Ne seguì una lunga parentesi che culminerà con l’invasione dell’Iraq scatenata sulla base della menzogna di Stato (fake news o bufala fatta ad hoc) più rilevante di tutta la storia dell’Umanità, con l’approvazione di tutti i governi europei messi sull’attenti tranne la Francia e la Germania.

E’ tempo di ritrovare l’ispirazione della Dichiarazione sull’identità europea, che non è un culto, ma un’idea da costruire per il mondo di domani.

1https://nda.observatoireplurilinguisme.eu/

2Capitalisme et idéologie, 2019, p. 636

3Georges Steiner, Une certaine idée de l’Europe, 2005 (in : « Une certaine idée de l’Europe », Actes Sud, 2005, pages 52-53)

4Espressione di Georges Pompidou

5https://www.observatoireplurilinguisme.eu/les-fondamentaux/textes-de-reference/538-document-dhistoire-la-dclaration-sur-lidentit-europenne-copenhague-14-dcembre-1973