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Sovranità linguistica ? (I)


Ultima modifica: 15 Giu 2020

In questo momento si parla molto di « sovranità economica ». Si potrebbe parlare di « sovranità linguistica » ?

La parola « sovranità » è essenziale. Se il concetto stesso è apparso con la nascita dello Stato moderno ed ha espresso la potenza superiore dello Stato rispetto ad ogni altra forma di potere, e come lo Stato abbia smesso di dovere la sua esistenza a Dio, è stato necessario che la sovranità traesse la sua legittimità dal popolo che è il vero sovrano. E se il popolo non può trovare la sua espressione giuridica nello Stato, esso smette di essere sovrano. Esistono su questa Terra popoli che sono nella situazione di non avere uno Stato, che aspirano alla sovranità ma non riescono ad ottenerla perché non hanno uno Stato.

La « sovranità » è spesso confusa con l’indipendenza. Non è sbagliato, perché come non esiste l’indipendenza assoluta, tanto più non esiste il potere sovrano assoluto, se non altro perché il potere sovrano trova altri poteri sovrani.

L’economista e filosofo francese François Perroux, per spiegare che l’indipendenza economica assoluta cessa di esistere quando comincia lo scambio, aveva trovato un’espressione molto suggestiva che era la nozione di modalità d’interdipendenza, e precisava che nella realtà esistevano modalità forti di interdipendenza e modalità deboli di interdipendenza. Soltanto nei manuali o nelle dichiarazioni politiche si può parlare di uguaglianza, mentre sappiamo bene che, oltre l’uguaglianza dei diritti, si osserva che alcuni sono più uguali degli altri, secondo un’espressione ben nota. In economia, dove la disuguaglianza è la regola, si cercherà a livello collettivo e individuale di costruire a proprio vantaggio una modalità forte dell’interdipendenza. Aspirare ad avere più influenza sul proprio alleato o concorrente piuttosto che il contrario fa parte della vita, anche se non lo si cerca esplicitamente. Siccome bisogna vivere in accordo con gli altri, si fisseranno regole e queste regole che si auspica eque tradurranno, che lo si voglia o meno, lo stato dei rapporti di forza coesistenti in un determinato periodo storico. In questo modo le relazioni internazionali evolveranno nel corso dei tempi tra diversi livelli di unilateralismo e multilateralismo.

In tema linguistico, si può stabilire un parallelo con la sovranità di uno stato e l’economia, ma con differenze fondamentali.

La prima differenza, esistenziale, è che se ci si può appropriare di un territorio, se si può fabbricare un oggetto di cui si diventa proprietari e se territorio o prodotto possono essere scambiati o mercanteggiati, non ci si può appropriare di una parola inventata da noi o da qualcun altro. A partire dal momento in cui una parola ha cominciato ad esprimere un pezzo di realtà (materiale o immaginaria) ed è condivisa dalla comunità, può cominciare a circolare come un virus.

Uno scrittore è l’autore di un’opera sulla quale nella società moderna ha acquisito diritti patrimoniali, ma le parole cha ha utilizzato, anche se è stato il primo a utilizzarle, non possono diventare sua proprietà.

Per questo motivo l’espressione « prestito linguistico » è abbastanza ingannevole e inappropriata. Infatti perché ci sia prestito occorre che ci sia un beneficiario e un prestatore. E, più in generale, chi prende in prestito è tenuto a rimborsare l’ammontare del suo debito. É tutta un’altra storia con il linguaggio. Sarebbe più appropriato parlare di « captazione » o « di adozione ». Quando adottiamo la pizza o il couscous tra i nostri piatti preferiti, prendiamo l’idea senza l’intenzione di restituirla, e la popolazione in cui l’idea è nata non deve risentirne poiché non è privata del suo bene ma può anzi essere fiera di essere all’origine della condivisione di questo bene.

In alcuni casi il « prestito » linguistico è esattamente il contrario di un’adozione ed è piuttosto paragonabile a una vendita forzata.

In questo periodo eccezionale di confinamento a causa del coronavirus abbiamo osservato che in tutte le lingue le persone si sono mostrate molto creative da un punto di vista linguistico. Molte parole create ad hoc saranno effimere come « coronapéro » o « téléfête des travailleurs ( festa on line del lavoro ) », ma altre sono destinate a durare. È per esempio il caso della parola cluster (da contagio) che ci è imposta direttamente dagli ambienti scientifici senza giustificazione linguistica né scientifica al posto di parole comprensibili da tutti, come « focolaio di contagio » o « concentrazione di casi di contagio. » È un chiaro esempio di dominio linguistico che si spiega con il fatto che la lingua veicolare degli ambienti scientifici è diventata l’inglese e che da alcuni decenni non ci si preoccupa neanche più di tradurre o di utilizzare il lessico preesistente. Lo si sostituisce. Se si prende la parola tracking o tracing, si può fare la stessa costatazione. Però « suivi » (è il termine di uno dei rari articoli scientifici sull’argomento che possiede una traduzione in francese) o « traçage » potrebbe andare benissimo. Possiamo verificare facilmente: la parola « traçage » si presta a un paradigma assolutamente efficace: traccia, tracciare, tracciante, tracciata, tracciatore, tracciabilità, ecc. che possiamo insegnare molto facilmente e che offre di per sé una ricchezza intellettuale di cui ogni alunno potrà facilmente appropriarsi, cosa che non accade con cluster o con tracing. Gli anglicismi in questi casi sono fattori di perturbazione che impoveriscono la lingua e sconvolgono i processi naturali della comprensione della trasmissione. Occorre comprendere che i processi alla base di questi fenomeni non sono « prestiti » e che il loro significato sociale è profondo. Come e perché personaggi politici, giornalisti o scienziati, usano parole non comprensibili da tutti e che concettualmente non aggiungono niente alla lingua? Un’altra importante differenza è quella della territorialità e della frontiera.

Un’idea semplicistica vorrebbe che le frontiere linguistiche corrispondessero alle frontiere politiche. La realtà è piuttosto lontana da questa rappresentazione. Prima di tutto l’idea di frontiere linguistiche è di una natura completamente diversa dalla frontiera politica. Se in metropoli come Parigi, Londra, New York, Lagos o Abidjan, in alcuni quartieri vediamo raggrupparsi popolazioni della stessa origine, è legittimo parlare di frontiera ? Tra l’altro, la situazione moderna non è diversa da com’era durante l’Antichità e il Medio Evo nelle grandi città commerciali sulle coste del Mediterraneo, che erano città molto cosmopolite. Louis-Jean Calvet descrive e spiega molto bene questo fenomeno in La Méditerranée, mer de nos langues1.

Ora, consideriamo il problema al contrario a partire dalle frontiere politiche. A mano a mano che si sono formati gli Stati che conosciamo oggi, le frontiere molto mobili si sono molto spostate nel corso dei secoli secondo le guerre, le redistribuzioni causate dai trattati, accompagnate o meno da migrazioni e spostamenti di popolazioni.

Prendiamo il caso della Francia. Un’immagine sbagliata vorrebbe fare coincidere l’espansione del francese con i progressi territoriali della monarchia francese. E’ un fatto quasi universale che l’espansione linguistica accompagna la potenza degli Stati e si vorrebbe impiantare questa pseudo-legge sulla storia della lingua francese. Ma questa resta una visione molto grossolana delle cose, perché per esempio nel XII secolo, quando il regno francese era un piccolo regno, i territori in cui la lingua francese era già presente erano molto più estesi di quanto non lo fosse il regno.

Il regno era grossolanamente diviso tra il territorio delle lingue d’oïl e il territorio delle lingue d’oc. Il territorio d’oïl comprendeva regioni che sfuggivano totalmente all’autorità del re di Francia con la Vallonia, la maggior parte della Lorena e della Franca Contea e verso sud-est fino a Neuchâtel in Svizzera. Ma si trova la presenza del francese, parlando dell’antico francese, ben più in là, nella penisola italiana e in Medio Oriente, senza contare che il francese è la lingua delle scuole e delle classi colte in Inghilterra, in Germania e nelle Fiandre2. Evidentemente, tutte le popolazioni che abitavano i territori appena citati non parlavano questo francese, tutt’altro. Ma ciò significa che a partire dai secoli XI e XII e probabilmente ben prima, questo francese era già la lingua comune di una classe dirigente e di una koinè letteraria che si è allargata con lo sviluppo della borghesia urbana, senza grande corrispondenza con il regno di Francia.

La mancata corrispondenza tra le frontiere degli Stati e gli spazi linguistici è una regola abbastanza generale, la corrispondenza è piuttosto l’eccezione, anche se nel XIX secolo il movimento delle nazionalità ha cercato di fare corrispondere, anche se in modo molto imperfetto, le frontiere politiche con la geografia linguistica. In ogni caso questa mancata corrispondenza ha come effetto di rendere più complessa ogni riflessione sull’idea di sovranità linguistica.

Ora, occorre considerare la lingua prima di tutto come un fatto sociale e antropologico.

L’idea non è assolutamente nuova perché bisogna risalire almeno ad Aristotele e a Platone per trovarla espressa in modo molto forte.

Per semplificare all’estremo, prima di Platone si credeva che la parola corrispondesse alla cosa. Con Platone si capisce che le parole servono a designare le cose, e che eventualmente più parole possono designare la stessa cosa, senza dimenticare che il fatto di designare non è un fatto individuale. La parola diventa tale solo a partire dal momento in cui è condivisa dalla società. Il linguaggio è assolutamente una creazione umana. Il nome, distinto dalla cosa, serve a distinguere la realtà. È dunque uno strumento di conoscenza3. Aristotele si spingerà oltre associando il linguaggio e il pensiero: « Tutto ciò che deve essere definito dal linguaggio appartiene al pensiero »4.

A partire dal momento in cui si associa il linguaggio alla conoscenza e al pensiero, si vede che il « cogito ergo sum » può facilmente essere riformulato in « loquor ergo sum ». Il linguaggio, fatto sociale, è dunque anche un formidabile potere, forse il potere per eccellenza, che viene prima della forza fisica.

Bisogna esaminare questo sconvolgente collegamento.

Una domanda fondamentale concerne il rapporto del linguaggio con il mondo reale. Dire che il nome permette di distinguere la realtà, significa che il nome, la parola, non appartiene al reale oppure è esterno ad esso. È difficile da sostenere, benché questa idea abbia dominato la filosofia occidentale per secoli e che ancora oggi non siamo riusciti a sbarazzarci di questa infelice rappresentazione. Eccone un semplice esempio. Tutti sanno oggi che cosa sia una fake news, in francese una « fausse information » o un’ « infox ». Una delle infox più straordinarie di tutta la storia dell’umanità è stata l’invenzione delle « armi di distruzione di massa » da parte del presidente G.W Bush, allo scopo di permettere agli Stati Uniti di condurre una guerra destinata a ristabilire la dominazione americana sul Vicino Oriente. Le suddette « armi di distruzione di massa », lo sappiamo anche da pubbliche ammissioni, non sono mai esistite, ma la guerra sì. Come una simile guerra che è realmente esistita potrebbe essere stata scatenata da qualcosa che non esiste ? Dunque la parola non è esterna al mondo reale, ne fa parte, e, più ancora che farne parte, contribuisce a trasformarlo. Sappiamo, grazie all’astrofisica e alla fisica quantica, che il mondo è infinito ed è infinitamente in espansione. Il solo limite al potere della parola è il suo rapporto complesso con il mondo reale a cui appartiene.

A questo stadio, dobbiamo sottolineare due paradossi che si scontrano.

Il primo è di sapere come siamo arrivati in Occidente a definire la lingua come strumento di comunicazione.

È possibile che la teoria matematica della comunicazione5 abbia potuto esercitare una tale influenza sui linguisti che il linguaggio possa riassumersi a uno scambio di messaggi tra almeno due interlocutori nel quale la lingua è ridotta a un codice. Secondo questa teoria, il pensiero del mittente è trasformato in un codice, la lingua naturale, ed in seguito decodificato dal ricevente, in una situazione in cui la lingua naturale, il codice, è slegato da ogni legame con il mondo della conoscenza. Se la lingua del mittente differisce da quella del ricevente, basta mettere in corrispondenza due codici, e il gioco è fatto. Questa rappresentazione delirante della lingua è ancora molto presente nel mondo della ricerca, compreso nella linguistica, ed è certamente quella che predomina nel sentire comune. Questa situazione è grave al punto che il linguista più celebre di questo secolo, che non è l’unico a denunciare questa visione delle cose, Noam Chomsky6, se ne è preoccupato con risolutezza in un saggio recente, smentendo ogni base scientifica a questa rappresentazione semplicistica della lingua come puro mezzo di comunicazione e ricordando la necessità di ritornare al pensiero classico che vuole che la lingua sia prima di tutto « uno strumento del pensiero ».

In un suo eccellente romanzo, La septième fonction du langage, premio Interallié 2015, Laurent Binet7, fonda tutta la sua trama, nello stile poliziesco, su questa funzione dimenticata del linguaggio, che è il potere.

L’altro paradosso è la tendenza opposta, « postmoderna », secondo la quale il linguaggio sarebbe l’unica realtà. Il reale potrebbe esistere solo attraverso il linguaggio. Ciò significa in parole povere che tutto quanto si scrive e si dice ha lo stesso valore. Dunque la verità non esiste, o piuttosto tutto è vero, il che è la stessa cosa. Ognuno può creare la sua realtà. Esistono solo rapporti di potere. A parte la guerra generalizzata, è un problema senza soluzioni.

Non è questo l’approccio del plurilinguismo.

Il linguaggio fa parte del mondo ma non è il mondo da solo. Ogni lingua si analizza come uno sforzo infinito per capire il mondo, un mondo infinito e infinitamente evolutivo, ed ogni lingua lo fa in contesti storici e geografici precisi, fonti di un’infinita diversità di esperienze, e dunque, malgrado la comunicazione di massa, nessuna lingua può pretendere di dire tutto sul mondo. È questo il significato da dare al celebre aforisma di Wittgenstein « i limiti del mio linguaggio rappresentano i limiti del mio mondo personale ».

Occorre dunque capire che non esiste essenza del linguaggio e che nessuna lingua ha un’essenza. Ogni lingua come realtà sociale è il prodotto delle esperienze storiche dei popoli che la parlano, e siccome essi sono in contatto gli uni con gli altri, le lingue cambieranno a contatto con le altre. Cercare i principi essenziali delle lingue significa ridurle. « Assolutizzare la propria lingua significa condannarla alla finitezza Solo l’angelo del Relativismo può aprire la sua prigione » dice molto correttamente François Vaucluse8.

Ed è qui che si pone realmente la questione della sovranità.

« Dare un nome significa dare vita ! ». I popoli esistono attraverso la lingua.

Noi moderni abbiamo concettualizzato il linguaggio, la cultura, il potere, ecc.

La lingua non si confonde con la cultura, può accoglierne molteplici, e le culture stesse comprendono altre culture. Esiste una cultura europea ? Certamente sì, anche se non riusciamo a definirla, e come cultura accoglie una molteplicità di lingue e di altre culture. Tutto ciò si intreccia e interagisce al ritmo degli scambi economici e secondo i mezzi tecnici. Si tratta dunque di insiemi contemporaneamente aperti e chiusi, costitutivi di ambienti eminentemente ma diversamente ricchi e svariati per gli individui. Ambienti da cui non ci si libera facilmente, ma la libertà dell’individuo può anche essere questa capacità di elevarsi e di sfuggire in parte alla sua cultura. Soltanto in parte. La letteratura della perdita delle proprie radici è immensa.

È palese che l’individuo non esiste al di fuori dell’ambiente, o degli ambienti, nei quali è cresciuto o nei quali, il che accade più raramente, è riuscito a radicarsi.

Dunque, esistere individualmente e collettivamente significa potere dire le cose, parlare del mondo, del mondo di prima o del mondo del poi, ed essere ascoltato, potere agire, è qualcosa di eminentemente concreto, e nella propria o nelle proprie lingue. Michel Serres lo ricordava con forza : "Un paese che perde la sua lingua perde la sua cultura; un paese che perde la sua cultura perde la sua identità; un paese che perde la sua identità non esiste più. È la più grande catastrofe che possa capitargli."9

Chi dubita dei rapporti tra lingua e cultura si eserciti a confrontare come si parla e si pensa la laicità nelle diverse lingue. Ed è solo un esempio.

Volere avere la « sovranità » senza il potere della lingua è un non-senso. Ma soprattutto non bisogna sbagliarsi sulla nozione di potere. Si tratta del potere creativo, della potenza dell’albero che cresce e si innalza, non è il potere di sottomettere. Purtroppo, ed è cosa tragica, i due poteri sono indissolubilmente legati come il dritto e il rovescio della medaglia.

Può dunque esistere, deve dunque esistere una sovranità linguistica ? Certamente sì, ma gli Stati sono solo alcuni attori tra tanti altri in cui agiscono comunità di locutori (scrittori, scienziati, pubblicitari, imprese, sindacati, associazioni, ecc..). Gli Stati hanno d’altra parte sempre politiche linguistiche, anche senza saperlo o senza dirlo, se non altro attraverso l’istruzione e l’insegnamento. Una politica di sovranità linguistica può e deve essere assolutamente aperta alle altre lingue senza rinnegare sé stessa.

In un’opera che ha fatto epoca, Pascale Casanova aveva spiegato come ha funzionato la repubblica mondiale delle lettere10 dal Medioevo ai giorni nostri. Bisognerebbe potere integrarla con la produzione scientifica e tutta la produzione culturale all’infuori delle lettere. La repubblica mondiale diventerebbe allora quella delle lingue.

1 Louis-Jean Calvet, La Méditerranée, mer de nos langues, CNRS Éditions, 2016, Paris, 328 p.

2 Jacques Chaurand (dir.), 1999, Nouvelle histoire de la langue française, Seuil, pp. 38, 98–99, ; Colette Beaune, 1985, Naissance de la nation française, Gallimard, p. 296

3 Vedi J. Kristeva, 1969, Le langage, cet inconnu, Seuil, p. 109

4 Aristote, La poétique (1456b), citato da J. Kristeva, ibid. p. 115

5 C.E Shannon et W. Weaver, The Mathematical Theory of Communication, Urbana, 1949

6 Noam Chomsky, Quelle sorte de créatures sommes-nous ?, Lux, 2016

7 Laurent Binet, La septième fonction du langage, Grasset, 2015

8 Dir. Samia Kassab-Charfi et François Rastier, Mille langues et une œuvre, 2016, Éditions des archives contemporaines, p.5.

9 Michel Serres - Défense et illustration de la langue française aujourd'hui, Le Pommier, 2018, p. 55

10 Pascale Casanova, La république mondiale des lettres, Seuil, Paris, 1999, 491 p.