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Plurilinguismo nell'amministrazione svizzera, intervista a V. Pini (swissinfo.ch)

12 febbraio 2010, swissinfo.ch

Doris Lucini

La Berna federale è spesso accusata di parlare troppo tedesco. Creare più spazio per le minoranze non è facile, nemmeno con la nuova legge sulle lingue. Ci proverà Verio Pini, il primo consulente della Cancelleria federale per la politica delle lingue nell'amministrazione.

La Svizzera è plurilingue, gli svizzeri no (o perlomeno non tutti). Data questa premessa, qualche attrito linguistico è inevitabile, soprattutto se si considera che una delle tre lingue ufficiali della Confederazione (il romancio lo è solo in determinati casi) ha più parlanti delle altre. All'interno dell'amministrazione federale, tedesco, francese e italiano sono posti su un decrescendo che per l'italiano arriva al quasi silenzio. Stando a un recente studio del Fondo nazionale, l'italiano è presente nei testi, ma – traduttori a parte – non è una lingua in cui si lavora e discute.
 
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La legge sulle lingue, entrata in vigore ad inizio anno, dovrebbe garantire una miglior tutela delle lingue minoritarie nell'amministrazione. Il condizionale è d'obbligo, perché l'impresa non è delle più semplici. Prova ne è che l'ordinanza d'applicazione – attesa per giugno – sta dando qualche grattacapo a chi ci lavora. Intanto, all'interno della Cancelleria federale è stata creata una nuova funzione, quella di consulente per la politica delle lingue nell'amministrazione. L'incarico è stato affidato a Verio Pini, attuale responsabile della divisione italiana dei servizi linguistici della Cancelleria federale.

Verio Pini, che assumerà l'incarico a fine novembre, non lavorerà solo per l'italiano e per la Svizzera italiana, ma anche per il francese e, più in generale, per la promozione del plurilinguismo istituzionale e individuale. Intervista.

swissinfo.ch: Quali saranno i suoi compiti?

Verio Pini: La funzione è nuova e per il momento è difficile definire con precisione quali saranno i suoi contenuti. Un primo campo d'azione, forse il più importante, riguarda il cosiddetto plurilinguismo istituzionale ed è nel segno della continuità. Già nel 2008, la Cancelleria federale aveva deciso di rafforzare il proprio ruolo in questo settore e di sicuro continuerò ad occuparmi di pubblicazioni ufficiali, di traduzioni, di formazione e di coordinamento dei servizi linguistici dipartimentali.

Gli altri compiti – in particolare il rafforzamento del plurilinguismo individuale – sono in parte determinati dall'entrata in vigore della legge sulle lingue ufficiali e dai dettagli dell'ordinanza d'applicazione che sarà pronta soltanto alla fine di giugno.

swissinfo.ch: La stesura dell'ordinanza sta creando qualche problema proprio per quanto riguarda il modo di concretizzare il diritto degli impiegati federali di usare sul lavoro la lingua ufficiale che preferiscono. Il plurilinguismo dell'amministrazione è solo un'illusione?

V. P.: Ci sono tanti aspetti del plurilinguismo istituzionale che già oggi funzionano bene, penso ad esempio alle pubblicazioni ufficiali. Questo è un acquisito abbastanza recente e molto importante. Oggi tutto questo patrimonio di testi, che coprono l'attività amministrativa del governo e del potere legislativo, va completato. In che modo? Migliorando la partecipazione plurilingue alla redazione dei testi e rafforzando drasticamente – ed è qui la svolta apportata dalla nuova legge – il plurilinguismo individuale.

A questa conclusione sono giunti anche diversi studi realizzati nel quadro del Progetto nazionale di ricerca 56 (PNR 56). Per ovviare alle pecche e alle lacune del sistema è necessario sensibilizzare maggiormente direttori e responsabili, ma anche i singoli collaboratori. Il PNR 56 ha rilevato la necessità di migliorare le competenze linguistiche di tutti i collaboratori della Confederazione, a tutti i livelli, in particolare quelli a contatto col pubblico nelle diverse regioni del paese.

Certo, dare ai singoli collaboratori la possibilità – prevista dalla legge – di lavorare, redigere testi, partecipare ai processi decisionali nella propria lingua, non sarà una cosa realizzabile a corto termine.

swissinfo.ch: La realtà oggi è che a livello federale un italofono deve esprimersi in tedesco o in francese se vuole partecipare a delle discussioni o presentare il proprio lavoro. Quando si tratta di assumere nuovi collaboratori, i capi tendono ad orientarsi verso qualcuno che parla la loro lingua. Come modificare questa tendenza?

V. P.: Sensibilizzando maggiormente; il che non significa ricorrere a piagnistei o richieste del tipo: "Dateci qualcosa come minoritari". C'è una rivendicazione molto più dignitosa, che consiste nel mostrare ai nostri colleghi di lingua tedesca – ma anche francese – i benefici e il valore aggiunto di una decisione presa in presenza di sensibilità culturali e competenze linguistiche diverse.

Vorrei aggiungere che negli ultimi anni ci sono stati dei progressi. Spesso nell'opinione pubblica c'è l'idea che la Berna federale faccia poco, che l'italiano sia bistrattato e la sua presenza negletta. Ma non bisogna fare confusione: è vero che all'interno dell'amministrazione non si ragiona molto in italiano e che poter lavorare in questa lingua è quasi impensabile. Ma se ragioniamo in termini di italiano e di plurilinguismo istituzionale, il bilancio è positivo.

Una spinta importante è arrivata anche dallo sviluppo di computer e internet, che dal profilo della cittadinanza digitale sono strumenti straordinari. Sui siti dell'amministrazione si è creata un'estesa compresenza di testi plurilingui fruibile con la massima facilità. Con un semplice clic, il cittadino accede a testi di legge, a testi informativi ed esplicativi in tedesco, francese, italiano. La promiscuità linguistica che si realizza nella rete è già di per sé un fattore di crescita di competenza, di visibilità, di consapevolezza che siamo in uno stato plurilingue e che viviamo una realtà plurilingue.

Per trasformare questa consapevolezza in un plurilinguismo vero anche sul piano individuale bisogna agire in modo pragmatico, facendo capire a tutti quanto sia importante conoscere la lingua del vicino, o di più vicini. Non credo che in questo campo le imposizioni dall'alto servano a molto.

swissinfo.ch: Imporre dall'alto una determinata lingua è una via non praticabile per la società nel suo insieme. La conoscenza – almeno passiva – delle lingue ufficiali della Confederazione potrebbe però essere un criterio valido per le assunzioni nell'amministrazione federale.

V. P.: Questo sulla carta esiste già da parecchio tempo. Più il posto di lavoro in discussione è importante, più dovrebbero aumentare le competenze linguistiche. La competenza attiva e passiva di una, due, tre lingue nazionali o ufficiali evidentemente dovrebbe figurare tra le richieste di base.

Qualcuno vorrebbe misure concrete più coercitive per controllare i comportamenti che si scostano da questa norma. Personalmente preferisco evitare eccessivi irrigidimenti. Siamo pur sempre in una realtà in cui ci sono una maggioranza e delle minoranze, ed è attraverso il convincimento che si devono ottenere i risultati, mostrando l'utilità delle richieste che si avanzano.

A mio parere, quello che andrebbe modificato è il ruolo dell'Ufficio federale del personale, che oggi ha meno peso rispetto al passato. Nel 2007, è stata data una forte autonomia ai dipartimenti. Di per sé, sembra una bella cosa; però sul piano del coordinamento e dell'uniformità era di certo più giusto lasciare un ruolo forte all'Ufficio federale del personale per assicurarsi che in tutta l'amministrazione fossero applicati determinati principi.

swissinfo.ch: Spesso chi assume giustifica le proprie scelte trincerandosi dietro la valutazione oggettiva dei requisiti: è stata assunta una persona di madrelingua tedesca perché non c'erano candidati italofoni o francofoni con lo stesso profilo. Questo tipo di valutazione è davvero oggettiva?

V. P.: Anche qui siamo tra due principi. Da un lato c'è la discrezionalità, la protezione dei dati e non disponiamo di tutte le informazioni necessarie per dare un giudizio e mettere quindi in discussione le decisioni prese da tale o talaltro capo ufficio.

Dall'altro – viste da fuori – certe scelte sembrano discutibili: ci sono candidati di pari formazione, di pari requisiti, pari valore e per finire la scelta cade su un germanofono se il direttore è di lingua tedesca. Entrare in questo tipo di logica e rompere il circolo vizioso è difficile.

Ora, se non altro, le mozioni Cassis e Lombardi propongono di istituire la figura di mediatore civico. Non chiedono misure coercitive e sanzioni, ma di mettere a disposizione un ombudsman, qualcuno che possa ascoltare le rivendicazioni dei candidati che si sentono ingiustamente discriminati.

Doris Lucini, Berna, swissinfo.ch