Pubblicato il 3 dicembre 2012, questo articolo è stato preso da Blogactiv “Diversità linguistica e lingua francese” di Claire Goyer.
Claire Goyer è membro dell’OEP e presidente dell’associazione DFL Bruxelles-Europa, diversità linguistica.
Mentre gli europei continentali si precipitano sull’inglese, considerato come la chiave del successo, i Britannici si sentono indietro nella corsa all’impiego dei “continentali”, che conoscono inevitabilmente almeno due lingue: la loro, più l’inglese.
Essere monolingua, anche solo anglofono, viene quindi ad essere un grosso impedimento.
Curiosamente le università europee ignorano quest’evidenza. Invece di conservare la loro specificità culturale e la loro lingua per un insegnamento d’eccellenza, inaugurano ogni giorno nuovi dipartimenti d’insegnamento in inglese; questo con l’intento di attirare un pubblico internazionale per salire nella classifica Shangai, che ordina le università in base al numero di studenti internazionali che vi sono iscritti. È così che professori francesi, tedeschi o italiani possono insegnare la loro materia in inglese, a condizione di soddisfare un livello di conoscenza B2 del Quadro comune europeo di riferimento per le lingue (dove i livelli vanno da A1, principiante, a C2, padronanza). Gli studenti possono seguire i corsi se hanno un livello B1. Ecco come il sapere verrà trasmesso: in una lingua imperfetta, per non dire mediocre, a degli studenti che vedranno sanzionati i propri studi da delle lauree altrettanto mediocri. Sono stati pubblicati degli studi sui danni di tali misure sulla qualità dell’insegnamento e delle lauree, e sulla dipendenza dei ricercatori che si ritrovano obbligati a dover scrivere in inglese affinché i loro lavori vengano pubblicati sulle riviste scientifiche più prestigiose.
Nell’articolo “L’inglese non è una lingua dell’università francese” (“L’anglais n’est pas une langue de l’université française”), Pierre Frath, professore di linguistica inglese e di didattica all’Università di Reims Champagne-Ardennes, avverte che sta per abbattersi una vera e propria catastrofe culturale, scientifica e geopolitica.
“Una catastrofe culturale, scientifica e geopolitica sta per scatenarsi sotto i nostri occhi, nell’incoscienza generale. Tutti i giorni, organismi di ricerca e università del nostro paese, e dell’Europa intera, prendono decisioni tecnocratiche a favore dell’inglese, senza tenere in considerazione le possibili conseguenze. Se non si agisce subito, presto i cittadini europei si ritroveranno a non poter né studiare né fare ricerca nella propria lingua - un deficit democratico senza precedenti nel campo culturale. La sostituzione delle lingue nazionali con l’inglese non è stato votato da nessuna istituzione democratica. I cittadini non sono informati su quello che succede, né dalle istituzioni che per prime premono per usare l’inglese come unica lingua; né dai media, che si disinteressano totalmente della questione e che tantomeno non capiscono cosa c’è in ballo. Gli ultimi decenni hanno visto un abbandono considerevole dell’uso del francese nel campo della ricerca. I testi di divulgazione scientifica vengono scritti quasi esclusivamente in inglese. Alcuni campi delle scienze umane resistono per il momento, ma per quanto ancora?
Si sta affermando una netta dominazione della ricerca anglosassone. Per pubblicare su una rivista americana, bisogna fare riferimento agli ultimi lavori anglosassoni, senza che valga l’inverso: un’occhiata a queste pubblicazioni, soprattutto nell’ambito delle scienze umane, mostra che gli anglofoni di nascita leggono pochi articoli scritti da dei non-nativi, anche se in inglese. Fino ad ora i punti di vista di culture diverse potevano arricchirsi a vicenda. È così che la filosofia francese si è arricchita della filosofia tedesca, influenzando con essa la filosofia americana. Ma quando la ricerca mondiale sarà l’ultima ruota del carro anglosassone, gli anglofoni non avranno più alcuna ragione di interessarsi ai non-anglofoni, e come tutto il mondo avrà perso l’abitudine di leggere in lingue straniere che non siano l’inglese, le altre tradizioni perderanno il loro pubblico. Il risultato sarà un abbassamento di livello della ricerca mondiale, che peraltro in certi ambiti viene già constatato.
Le ragioni che giustificano questa tendenza verso l’inglese nel campo della ricerca sono note. Alcuni sono abbastanza legittimi: pubblicare in inglese significa rivolgersi a un pubblico più vasto di quello dei francofoni; è più pratico poter aver accesso a tutto ciò che si pubblica attraverso un’unica lingua; e i contatti tra i ricercatori sono facilitati. Tutte queste ragioni sono valide. Alcune sono un po’ meno legittime, ma comprensibili: poiché le riviste anglosassoni sono spesso le più prestigiose, è gratificante per un ricercatore poter vedere il proprio lavoro pubblicato su una di queste. Altre ragioni, invece, sono più che discutibili: la pressione esercitata dalle agenzie di valutazione che tendono a valutare di più gli articoli in inglese, il peso dell’impact factor sulla reputazione dei ricercatori, cioè il numero di volte che i loro lavori sono citati da altri ricercatori (una misura facilmente manipolabile), gli effetti perversi delle classifiche internazionali, come quella di Shangai, che attribuiscono particolare importanza alle pubblicazioni in inglese.
Questa è la situazione attuale. Non è comoda, è ingiusta e pericolosa. Non è comoda, perché pubblicare in una lingua straniera richiede uno sforzo supplementare e non permette di sviluppare un ragionamento con facilità; inoltre, il formalismo imposto dalle pubblicazioni anglosassoni tende a formattare il pensiero e non permette alla scrittura di essere flessibile. È ingiusta, perché favorisce i nativi anglofoni, siccome a parità di valore, un articolo scritto da un nativo ha più possibilità di essere pubblicato. È pericolosa, perché attribuisce troppo potere alle istituzioni anglosassoni, che vengono informate prima delle nuove scoperte di cui i laboratori anglofoni poi si appropriano. Nonostante ciò, per quanto deplorabile, questa situazione non minaccia la ricerca francese, poiché i ricercatori continuano a riflettere e a insegnare in francese. Quello che minaccia la ricerca francese, invece, è la tendenza, sempre più irresistibile, di imporre l’inglese come lingua d’insegnamento dei master, e talvolta anche dei dottorati. Dietro queste decisioni non vi è alcuna motivazione pedagogica: diversi studi hanno mostrato che le formazioni in inglese per dei non nativi comportano un abbassamento del livello, soprattutto nel caso in cui l’insegnamento venga fatto da un non nativo. Nella maggior parte delle università, il livello medio di inglese degli insegnanti non supera il B2, cioè un livello intermedio che non permette di dire tutto con scioltezza. Inoltre, diversi studi mostrano che la maggior parte degli studenti dei master ha un livello B1. Che beneficio potranno trarre degli studenti di livello B1 da un insegnamento di livello B2?
Se permettiamo che questa situazione continui, arriveremo a ciò che si chiama ‘perdita di settori’: le generazioni future non conosceranno più le parole della loro lingua per parlare di ciò che sanno. È particolarmente grave per delle lingue dette ‘universali’ come il francese o il tedesco, che permettono ancora ai loro locutori di dire e pensare a tutto nella loro lingua. È invece meno grave per delle lingue come il finlandese, che non è mai stata una lingua universale, o come lo svedese, che ha già perso il suo statuto: dopo mezzo secolo di conversione all’inglese nelle loro università, per esprimere le loro conoscenze gli scienziati svedesi sono obbligati a usare l’inglese. Le generazioni future studieranno e lavoreranno esclusivamente in inglese e saranno portate ad abbandonare le proprie tradizioni culturali e scientifiche. Col passare del tempo le bibliografie del passato in lingua francese saranno ignorate e sempre meno comprensibili. È questo che vogliamo? Non c’è abbastanza materia per aprire un dibattito? I cittadini, che pagano le tasse con cui viene finanziata la ricerca, non dovrebbero poter dire la loro sull’avvenire che le università riservano ai loro figli, alla loro cultura, e al posto occupato dal loro paese nel mondo? il risultato sarà un disastro geopolitico.
Lo splendore di una lingua sta nello sguardo degli altri. Per quanto giusto o sbagliato che sia, la Francia è percepita come une forza culturale e politica, libera e indipendente, con una propria legittimità ; è inoltre vista come una soluzione alternativa alle concezioni anglosassoni, di cui il meno che si possa dire è che sono spesso discutibili. L’abbandono della propria lingua nell’insegnamento superiore secondario darà il segnale che è sarà arrivata la fine di quella lingua. Sarà una catastrofe per tutti noi, che avremo perso una possibilità di scelta. Gli anglosassoni stessi rimpiangeranno una sfida rispettata e amichevole.
Se le università francesi adottano il ‘tutto in inglese’, i giovani stranieri non vedranno più la ragiore di imparare il francese. Sarà la fine dell’insegnamento del francese nel mondo, la fine della francofonia e il ripiego su una concezione folkloristica della Francia e della sua cultura, senza posto per alcuna ambizione universale. Siamo pronti a questo? Credo sia venuto il momento di far conoscere al pubblico questi problemi, di dibatterne e di spingere la politica a legiferare, in accordo con i vicini europei, spesso nella nostra stessa situazione. La questione della divulgazione scientifica è cruciale. I ricercatori francesi non potranno smettere di pubblicare in inglese. Ma sarà necessario che permanga una cultura della scrittura in francese in tutti i campi, poiché si scrive bene solo nella propria lingua. Ludwig Wittgenstein ha fatto tutta la sua carriera a Cambridge, dove insegnava in inglese. D’altra parte, pero’, le sue opere più importanti sono state scritte in tedesco. Bisognerebbe imporre, attraverso un atto politico, l’esistenza di una o più riviste di qualità in tutti in settori. Potrebbero contenere testi in altre lingue, ma avrebbero come prima vocazione quella di pubblicare i punti di vista dei locali, senza per forza far riferimento a dei punti di vista anglofoni, garantendo cosi’ una certa diversità nell’approccio, soprattutto se altre lingue importanti facessero lo stesso. In tal modo tutti i ricercatori sarebbero costretti a leggere in un certo numero di lingue e ciò non potrebbe che essere di vantaggio alla ricerca in generale. La pubblicazione in inglese avverrebbe solo in un secondo momento, per ricerche che non sono necessariamente dirette da nativi, per esempio europei. In questo modo si garantirebbe una certa diversità nella scelta degli articoli, che spesso manca nelle pubblicazioni anglofone, non esenti da favoritismi. Ecco cosa vorrebbe dire un’inversione nella tendenza attuale e l’attuazione di una vera e propria politica di divulgazione scientifica. Oggi come oggi le riviste francesi sono, in numerosi campi, realizzate da dei volontari durante il loro tempo libero, con dei fili di spago, in stampa ridotta e con pochi mezzi per diffondersi. È notevole come, nonostante tutto, continuino a rimanere di qualità. Il modello da prendere è quello dell’Oxford University Press o della Cambridge University Press, che diffondono nelle università del mondo intero degli articoli per ogni settore, e non solo in inglese. Per esempio, una rivista come il Journal of French Language Studies (CUP) diffonde ovunque dei testi di linguistica scritti in francese o in inglese. È ora di reagire se non vogliamo somigliare al colonizzato descritto da Albert Memmi (Ritratto del colonizzato, preceduto dal ritratto del colonizzatore, Ed. Buchet/Chastel, Parigi, 1957)”.
Pierre Frath, Professore di linguistica inglese e di didattica del plurilinguismo all’Università di Reims Champagne-Ardenne. Direttore della Casa di Lingue. Vicedirettore del CIRLEP, uno dei gruppi di ricerca dell’URCA.
Qui il sito personale di Claire Goyer
Traduzione: Isabella Mancini