Non è un segreto che nella letteratura italiana, dalle sue origini fino ai giorni nostri, numerosi scrittori abbiano preferito servirsi del francese per le proprie opere. Tuttavia, non tutti sono a conoscenza dell’estensione e dell’importanza di questa letteratura italiana d’espressione francese, soprattutto perché gli storici della letteratura italiana considerano questi scrittori, o queste opere talvolta anonime, come un qualcosa che resta sempre un po’ ai margini della loro letteratura, laddove gli storici di letteratura francese vedono invece in questo fenomeno delle manifestazioni simbolo di indole straniera. Non siamo qui in presenza di un fenomeno isolato, ma di un qualcosa di costante, di prosieguo nella storia della letteratura italiana.
Nel Medioevo, questo fenomeno si presentò in misura minore perché, dato lo sviluppo tardivo dell’italiano volgare dal latino e quello invece precoce del francese, che raggiunse lo status di lingua letteraria molto prima, è di conseguenza naturale che, per lungo tempo, il francese sia stato la lingua dell’Italia settentrionale, soprattutto a causa delle leggende epiche che ebbero da noi un successo enorme, e la cui influenza è evidente fino al capolavoro del Rinascimento, l’Orlando furioso. Dall’altro lato, nella parte meridionale della penisola e della Sicilia, i normanni hanno diffuso la poesia lirica francese. Martino da Canale, autore in francese della sua Cronaca dei Veneziani dalle origini della repubblica fino al 1275, e Brunetto Latini, maestro di Dante, il quale, nella stessa lingua, redige la sua Enciclopedia, il Tesoro, giustificano in modo pressoché identico la preferenza del volgare francese all’italiano: “la lengue franceise cort parmi le monde et est plus et est plus délitable à lire et à oïr que nule autre” ci dice il giornalista, e Brunetto Latini dal suo lato scrive: “Et se aucuns demandoit pour quoi cist livres est escriz en romans, selonc le language des François: l’une, car nos somes en France; et l’autre porce que la parleur est plus delitable et plus commune a toutes gens”. È corretto affermare che Brunetto Latini abbia risieduto in Francia, ed è lì che probabilmente ha vissuto anche Rustichello da Pisa (autore della raccolta di leggende arturiane dal titolo Meliadus), a cui Marco Polo dettò nel 1298, durante il suo periodo di prigionia a Genova, la sua opera Il Milione, un’autentica rivelazione dell’Asia per l’Europa del Medioevo; si tratta di un’opera di grande interesse, un libro delle meraviglie, e al tempo stesso di uno dei più importanti documenti sulla vita italiana nel 13o secolo. Risulta tuttavia evidente che la scelta della lingua francese è stata determinata soprattutto dalla sua diffusione nel mondo nonché dalle sue qualità di gradevolezza al momento della lettura.
Man mano che la lingua italiana si sviluppava, e che riusciva a produrre dei capolavori, si potrebbe allora credere nell’invalidità di questi motivi, ma al contrario, è Dante stesso (De Vulgari Eloquentia, I, 10), a riconoscere, almeno nell’ambito della prosa, una particolare eccellenza per cui scrive: “Allegat ergo pro se lingua oïl, quod propter sui faciliorem ac delectabiliorem vulgaritatem quicquid redactum sive inventum est ad vulgare prosaycum, suum est: videlicet Biblia cum Troianorum Romanorumque gestibus compilata et Arthuri regis ambage pulcerrime et quamplures alie ystorie ac doctrine”. Del resto, se consideriamo che al nord Italia, durante il 13o, 14o fino agli inizi del 15o secolo, si è sviluppata tutta una letteratura franco-italiana, il fenomeno di cui trattiamo diventa allora vasto e profondo. Pertanto, nella ms 13 di Venezia, abbiamo poesie che riguardano la madre di Carlo Magno, la gioventù dell’Imperatore, di Milone, di Macaire, ecc., con degli elementi tratti da leggende puramente francesi ed altri di origine italiana. L’Entrée d’Espagne, attribuita a Minochio da Padova, rappresenta una sorta di introduzione alla Chanson de Roland, che fu continuata da Niccolò da Verona, autore della Prise de Pampeloune. Questa letteratura si sviluppa ancora nel corso del 14o secolo con il poema Attila, che l’autore, un notaio di Bologna, scrive per glorificare la famiglia degli Este; ma fino agli inizi del 15o secolo, i poemi continuano ad essere scritti in francese, poiché a questa data appartiene il romanzo in prosa Aquilon de Bavière, nel quale Raffaele Marmora racconta ancora delle leggende su Carlo Magno. Si potrebbe pensare che la fine del Medioevo equivalesse all’altrettanta assenza di scrittori italiani di lingua francese, ma, al contrario, si nota che nel secolo successivo, ovvero al momento della più grande influenza italiana in Francia, un signore d’Asti, G. G. Alione, scrive in francese dei versi e delle farse a imitazione del teatro d’oltralpe.
Il secolo di maggior diffusione della lingua e della cultura francese in Italia è bensì il Settecento, epoca dove Melchiorre Cesarotti arriva a scrivere che “la lingua francese è ormai comunissima a tutta l’Italia: non v’è persona un poco educata a cui non sia familiare, e pressoché naturale”. Abbiamo allora una quantità considerevole di scrittori, e spesso anche notevoli, che preferiscono scrivere in francese. Carlo Goldoni ricorre all’utilizzo di questa lingua per due sue commedie, Il burbero benefico e L’avaro fastoso, nonché per le sue Memorie altrettanto interessanti; Giacomo Casanova scrive anche lui delle avventure della sua vita in francese; si potrebbe dire che questi scrittori abbiano vissuto a lungo in Francia, come Goldoni ha fatto, oppure un po’ in giro, in un’ Europa francesizzata, come nel caso di Casanova. Vi sono anche Algarotti, che scrive in francese ed in versi un libretto d’opera, l’Ifigenia in Aulide; Bettinelli, una lettera in versi a Don Filippo di Parma; l'abate Conti, delle prose; Galiani, il suo Dialogo sul commercio dei grani; E. Q. Visconti, le sue Lettere sulla Sicilia nonché dei lavori di iconografia greca e romana; Pietro Verri, dei Dialoghi e dei versi; Baretti, il suo celebre Discorso sopra Shakespeare ed il Sig. di Voltaire; Denina, dei numerosi saggi e dissertazioni; il conte Gorani, le sue Memorie segrete e critiche delle corti, dei governi e dei costumi dei principali Stati d’Italia, ecc. Si potrebbe continuare a lungo, ma ci limiteremo a ricordare gli scritti più degni di nota e su differenti punti di vista. Non si può altresì dimenticare la redazione in francese di molteplici corrispondenze tra scrittori come Beccaria, Galiani, Algarotti, Verri, Albergati Capacelli, Spallanzani, e tanti altri; e che Alfieri stesso, l’autore del Misogallo, ha scritto dei frammenti in francese, lingua in cui ha ricevuto la sua prima educazione. Inutile rimembrare che siamo nel secolo francesizzato per eccellenza, come lo dimostra l’influenza che la lingua di Voltaire ha avuto sulla lingua italiana, e non solo sulle parole, che sono state spesso forgiate secondo il modello francese, ma sulla stessa costruzione del periodo, che abbandona l’ampia espressione alla boccaccesca, diventando quindi più razionale e rapida. Bisogna ricordare che nel 18o secolo, a Firenze, Livorno, Venezia, Bologna, sono state pubblicate in francese delle opere di Bossuet, Fénelon, Montesquieu, Voltaire, Diderot ecc. Ma si continua a scrivere in francese anche durante il secolo successivo, l'Ottocento, uno dei più grandi secoli di sviluppo per la letteratura italiana.
Alessandro Manzoni, autore dei Promessi Sposi, scrive in francese la sua Lettera a M. C. sull’unità di tempo e di luogo nella tragedia, che ha avuto molta importanza non solo per le sue idee letterarie, ma in generale per lo sviluppo del Romanticismo in Italia e in Francia; tutte le sue lettere ai suoi corrispondenti francesi, a cominciare dalla ricca corrispondenza con Claude Fauriel, sono scritte nella lingua del destinatario. Ippolito Pindemonte, traduttore dell’Odissea, redige anch’egli delle lettere in francese, mentre lo storico Carlo Botta si serve di questa lingua per la sua Storia dei popoli italiani da Costantino fino al 1814; e Mazzini, per indirizzarsi ad un pubblico più vasto, si avvale del francese per molti articoli. Infine, Tommaseo stesso, sebbene profondamente attaccato alla sua lingua madre, come lo dimostrano le sue varie opere sulla lingua italiana, dona un’espressione francese al suo libro su Roma e il mondo. Avvicinandoci ad oggi, come non ricordare le opere che Gabriele D’Annunzio ha redatto in francese, e persino in francese antico? Del resto, per citare solo il più celebre dei poeti italiani in vita (cfr. testo scritto nel 1949), Ungaretti non ha forse scritto in francese una parte dei suoi versi?
La conclusione di tutto ciò che è stato affermato in precedenza è che nella letteratura italiana esiste una tradizione di scrittori in lingua francese, dalle origini nel Medioevo fino alla letteratura contemporanea, il che è sufficiente per affermare che questo utilizzo non è occasionale, né determinato da delle ragioni di ordine esclusivamente pragmatico. Al contrario, si può parlare di una vera e propria letteratura italiana d’espressione francese, che bisogna conoscere nei suoi testi e studiare nella sua lingua, la quale presenta spesso delle particolarità assolutamente singolari. Del resto, anche da un punto di vista più generale, questo fenomeno della presenza di una corrente francese nel corso dei diversi secoli della letteratura italiana è degna di essere conosciuta. Tuttavia, ciò che non è facile, ma che talvolta è anzi difficile, è di procurarsi i testi di questa letteratura, per così dire, franco-italiana. Abbiamo quindi previsto una raccolta dal titolo “Scrittori italiani di lingua francese” per raccogliere questi testi, cominciando dai più interessanti, presentati con delle introduzioni che contengono tutto ciò che è necessario per la loro interpretazione, accompagnati da note. A volte una scelta di pagine di uno scrittore sarà sufficiente, altre invece, soprattutto per le corrispondenze, si potranno riunire le lettere di diversi autori, ad esempio quelli di uno stesso secolo. Questa raccolta, di cui la casa editrice “Les Belles Lettres” ne ha voluto abbracciare il progetto, fornirà non solo dei testi molto curati da un punto di vista critico (di un’alta importanza storica, letteraria e linguistica, che saranno spesso fonte di una vera rivelazione), ma potrà divenire la base di questa grande storia dei rapporti letterari franco-italiani di cui nessuno finora ha ancora scritto, e che una volta o l’altra sarebbe stato necessario fare. Soprattutto perché, fortunatamente, le circostanze permettono di affrontare i rapporti intellettuali tra i due paesi in questa atmosfera di comprensione reciproca favorevole alla ricerca, e di cui auspichiamo vivamente da molto tempo.
Testo redatto da Carlo Pellegrini; traduzione dal francese a cura di Ylenia Vuotto, stagista presso l'OEP.
Fonte: La littérature italienne d'expression française
La letteratura italiana d'espressione francese
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- Catégorie : Langues et cultures